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L’Africa delle Meraviglie: Arti africane nelle collezioni italiane

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Il 2010 è stato l’anno dell’Africa. Si sono celebrati i cinquant’anni della decolonizzazione (anche se pochi se ne sono accorti) e si sono tenuti i mondiali di calcio in Sudafrica. A Genova, chiude quest’anno “africano” e aprirà quello nuovo una grande esposizione che cercherà di offrire un’altra visione dell’Africa attraverso le arti del continente.

La mostra riunisce un consistente numero di importanti opere d’arte africana tradizionale presenti nelle collezioni private italiane, molte delle quali mai esposte prima.

Maschere, figure d’altare, “feticci”, pali funerari, oggetti rituali e d’uso quotidiano, tutte opere dal grande valore estetico capaci di portarci dritti al cuore delle culture dell’Africa subsahariana, dei loro costumi e modi di vita: dal Mali al Congo, dalla Costa d’Avorio al Camerun.

Un’occasione per scoprire un patrimonio spesso misconosciuto, a lungo e ingiustamente posto sotto l’etichetta di “arte primitiva”. E questo soprattutto nel nostro Paese dove le arti visive africane tradizionali hanno acquisito una propria riconoscibilità e un mercato solo in tempi relativamente recenti.

Un’occasione anche per cogliere il ruolo che gli oggetti svolgono nel mettere in contatto persone e società, in Africa ed altrove. Gli oggetti infatti si spostano e migrano da un luogo all’altro, hanno una loro vita e raccontano delle storie. Sono causa di incontri ma anche di scontri. Qualche volta approdano nelle collezioni italiane.

La mostra offre l’opportunità di partecipare all’avventura estetica ed esistenziale dei collezionisti, condividendone la curiosità e la passione e facendone una spia dei rapporti che l’Occidente e l’Italia in particolare hanno avuto con l’Africa.

Collezionare infatti è molto più che raccogliere oggetti, è un modo di dar forma al mondo, di gettare uno sguardo sull’Altro, di costruire un microcosmo fra reale e immaginario che ci parla tanto degli altri come di noi: se le arti sono africane, le collezioni sono italiane. In mostra ci saranno sia le une che le altre. Succede così che nel parlare dell’Africa, parliamo anche di noi, di un certo modo di vedere le cose e il mondo. Nei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia può essere un altro modo, imprevisto e imprevedibile, di guardarsi allo specchio.

Volgere lo sguardo all’Africa attraverso l’arte non è la stessa cosa che guardarla attraverso la lente delle carestie, delle guerre tribali e delle emergenze umanitarie: vi appare tutta una ricchezza culturale e umana che nelle condizioni estreme, deculturalizzate e deumanizzate dei campi profughi (quel che dell’Africa appare di solito in TV) non è dato vedere. Non è detto però che si tratti di uno sguardo meno intriso di pregiudizi: se quel che si cerca è un piacere estetico, si tende a rimuovere tutto quello che di brutto e di male, o più semplicemente di fastidioso, lo può sporcare.

La stessa valorizzazione che le avanguardie artistiche del primo Novecento (Derain, Matisse, Picasso ecc.) hanno fatto dell’“arte negra”,  ha portato le arti africane al centro dell’attenzione, inchiodandole però a un periodo molto circoscritto della storia occidentale: nelle maschere africane ancora oggi continuiamo a cercare i volti delle Demoiselles d’Avignon.

Tuttavia, proprio perché l’arte contemporanea continua a modellare la nostra percezione visiva, i curatori, Ivan Bargna e Giovanna Parodi da Passano, antropologi e specialisti d’arte africana, hanno voluto coinvolgere nella progettazione della mostra l’artista Stefano Arienti: non per riproporre i consueti e un po’ scontati rimandi fra modernismo e primitivismo ma per capire come certe pratiche artistiche contemporanee, messe in gioco nell’allestimento della mostra, possano aiutarci ad evocare, in termini sensibili e concreti, esperienze che sono diverse ma forse meno lontane di quel che pensiamo.

La mostra non si limita allora a proporre delle opere belle fuori contesto ma neppure vuole inondare il visitatore di informazioni etnografiche, presentando gli oggetti come documenti delle culture che li hanno creati. Al centro saranno gli oggetti e loro storie, il rapporto che hanno avuto e hanno con le persone, tanto qui quanto in Africa. Da questo punto di vista la pratica del “collezionare”, di  raccogliere cioè degli oggetti conservandoli in uno spazio apposito, talvolta per esporli alla vista, che si tratti di un salotto milanese o di un santuario del Benin, diventa il filo conduttore lungo il quale indagare le somiglianze e differenze fra le culture.

La mostra lascia quindi spazio anche a più sguardi, a modi diversi di presentare, mettere in scena, catalogare mentalmente e vivere gli oggetti: quello dei collezionisti con le loro inclinazioni e l’impronta autobiografica delle loro raccolte, ma anche con un gusto socialmente definito; quello degli antropologi che tentano di restituire o di evocare l’esperienza estetica degli Africani che queste opere le hanno prodotte; quello degli Africani stessi.

Il tutto in maniera immediatamente fruibile da qualsiasi visitatore consentendo letture e interpretazioni a più livelli.

La mostra è articolata in due parti autonome ma connesse con sede a Palazzo Ducale e al Museo delle Culture di Castello d’Albertis.

La sezione di Palazzo Ducale presenta le opere in maniera piuttosto “classica”, riprendendo i modi attraverso cui gli oggetti africani trovano posto nelle nostre case e nelle gallerie così come nel nostro immaginario (come quando parliamo di “maschere” e “feticci”) per poi smontarli: il visitatore sarà così condotto attraverso la dinamica stessa del percorso espositivo (e cioè senza pesanti apparati didattici) a interrogarsi sullo sguardo che porta sugli oggetti e sull’esperienza che sta facendo.

La sezione della mostra presente al Castello D’Albertis, esso stesso casa di un collezionista, proporrà invece, attraverso installazioni apposite, un percorso che avrà come tema l’”autenticità”, tanto quella degli oggetti che delle culture da cui provengono, per riflettere intorno ai fantasmi della “purezza” e della “contaminazione” che animano i nostri desideri e paure.

Curatori:

Ivan Bargna, Università di Milano La Bicocca

Giovanna Parodi da Passano, Università di Genova

con la collaborazione di Marc Augé

Comitato scientifico consultivo:

Jean-Loup Amselle, EHESS, Paris

Monica Blackmun Visonà, University of Kentucky

Alain Godonou, Unesco

Jean-Pierre Olivier de Sardan, EHESS, Marseille

Barbara Plankensteiner, Museum für Völkerkunde, Wien

Sally Price, già Johns Hopkins University e Stanford

31 dicembre 2010 – 5 giugno 2011

Palazzo Ducale,

Castello D’Albertis