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Wabi Sabi – Chiamati a libertà (in Basilica Palladiana)

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la mostra fotografica Wabi Sabi in Basilica Palladiana a VicenzaVicenza – Una mostra fotografica dedicata alla “bellezza triste”.
Wabi-Sabi. 12 Variazioni sul tema è il titolo della prima edizione del Calendario 2013 della Rete Provinciale di Inclusione Sociale che, su iniziativa di Cooperativa Samarcanda, ha coinvolto in una serie di laboratori sensoriali, fotografici e poetici, più di trenta ospiti dei centri di accoglienza di Arzignano (Casa Alice Dalli Cani), Vicenza (Casa San Martino della Caritas Diocesana, Albergo Cittadino), Bassano del Grappa (Casa San Francesco), Schio (Casa Bakhita), e Valdagno (Asilo Notturno Mulini d’Agno
La creatività è sfociata nella costruzione di testi poetici ispirati ai tradizionali haiku giapponesi, che sono andati ad affiancare i ritratti degli ospiti, protagonisti di un servizio fotografico ispirato alla moda dei primi del ’900 e alla pittura di Tiziano e Antonello da Messina, e una serie di immagini di paesaggio Veneto colto con sensibilità orientale.
Dal calendario è scaturita questa mostra, che propone un percorso di riflessione sulla realtà degli emarginati che, attraverso questa forma d’arte, hanno accettato di mettersi in gioco trovando un’occasione di riscatto e di liberazione dalla loro condizione sociale.

Basilica Palladiana – Salone Superiore – Piazza dei Signori, Vicenza – VI
arti visive
mostra fotografica dell’inclusione sociale

PERIODO: dal 27 maggio al 23 giugno 2013
ORARI: da martedì a domenica 10.00-18.00 (chiuso lunedì)
INGRESSO LIBERO

Concept: Lorenzo Fanton e Piero Martinello
Fotografie: Piero Martinello
Art direction: Lorenzo Fanton
Con la partecipazione straordinaria di:
Mario Rossato e  Bruno dalle Carbonare per le fotografie di paesaggio

coordinamento e organizzazione: Marina Pigato, Samarcanda Onlus

Forse abbiamo in mente, almeno un po’, la storia di Paolo di Tarso e dell’incontro di fede che cambiò radicalmente la sua vita. Da quel momento non si sentì più legato alle tradizioni religiose del suo popolo, pur ritenendosi ebreo fino in fondo; Gesù Cristo gli fece infatti sperimentare una liberazione interiore, che niente e nessuno poteva più togliergli: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Io sono persuaso che né morte né vita, né presente né avvenire, né altezza né profondità potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù (Romani 8,35-39).

Gli ospiti dei centri di accoglienza presenti nel nostro territorio, non per i semplici ambienti ma per le persone che incontrano, sperimentano anch’essi una solidarietà che libera e ridona dignità a ciascuno. Si sentono dire, non a parole bensì con gesti concreti di fraternità, quello che Paolo proclama alla comunità cristiana della Galazia: Fratelli, siate stati chiamati a libertà (Galati 5,13). E’ non solo la libertà dal bisogno, che abbruttisce e degrada, impedendo di far splendere la bellezza di ogni volto e cuore quando è amato; è libertà nelle relazioni ritrovate: con se stessi, con gli altri, con il mondo che ci circonda.

Il vangelo narra di Gesù di Nazareth, che diede la vita per testimoniare da Figlio la fede nel Padre e l’amore per noi, da Fratello universale; dalla sua morte viene una vita definitivamente liberata, un’esistenza di figli amati, che si scoprono sorelle e fratelli gli uni degli altri. Per questo Gesù stesso afferma: Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero (Giovanni 8,36). I ritratti qui in mostra testimoniano una libertà ritrovata, che diviene consapevolezza di sé e quindi fiducia; fede nell’umanità propria e degli altri, più forte delle ferite di vita, che ancora segnano quale storia concretamente scritta nei corpi.

Il percorso quindi è cammino di fede e libertà, delineato dall’esistenza di queste donne e uomini, insieme a coloro che li hanno accolti e accompagnati. Fiorisce nei visi e negli occhi, come nelle parole poetiche dei brevi componimenti ispirati agli haiku giapponesi. Vibra nelle delicate immagini del paesaggio veneto, che testimoniano come la liberazione venga invocata anche dalla terra, la cui bellezza è troppo spesso stravolta da noi umani. Ancora Paolo osserva: La creazione è stata sottoposta alla caducità, nella speranza che sarà liberata dalla schiavitù della corruzione. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto (Romani 8,20-21).

Ritroviamo pertanto fiducia nella bellezza di ciascuno, del mondo che abitiamo, delle parole che ci possiamo donare; liberi di viverla, condividerla, gustarla.