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Opening mostre di Stano Filko e Jiri Kovanda

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Opening mostre di Stano Filko e Jiri KovandaPOSTBIGBANGSF – ANTEBIGBANGSF
Mira Keratová
Stano Filko dichiara di essere nato continuativamente per tre giorni diversi. Per questo afferma di non essere del duplice segno dei Gemelli ma di un triplice segno zodiacale: sarebbe nato infatti la prima volta il 13 giugno 1937; poi, grazie a una trasfusione di sangue, rinato una seconda volta il 14 giugno 1937 e infine una terza il 15 giugno 1937, data ufficiale attestata da tutti i documenti, per via di un errore burocratico. Il suo anno di nascita è il 1937. Filko inserisce questi numeri nelle sue opere e altrove, per esempio nei suoi numeri telefonici. L’anno 1937, afferma Filko, è la data della creazione delle sue idee. Molti suoi lavori non indicano la data di produzione o di rielaborazione: riportano, al contrario, l’anno di nascita. Spesso sono retrodatati indicando la data di creazione del concetto e non la data di origine dell’artefatto materiale.
In particolare a partire dagli anni Novanta, Filko sviluppò una pratica di incessante rielaborazione e di sintesi dei contenuti delle sue opere, nell’ottica di una costante trasformazione personale. In quegli anni riformulò il suo già consolidato sistema teorico approfondendone la struttura in direzione di una totalità. Filko riconosce di avere diverse identità (Cloni) legate a differenti periodi della sua vita – FILKO (1937-1977), FYLKO (1978-1987), PHYLKO (1988-1997), PHYS (1998-2037) – e di essere quindi soggetto a continue trasformazioni e rinascite. Secondo una sua testimonianza, avrebbe sperimentato due morti cliniche (e, di conseguenza, due rinascite): la prima in una cava nel 1945, la seconda in una fabbrica di armi militari nel 1952. Le sue opere contengono alcuni elementi della sua mitologia privata legate a questi due eventi: scale, bombe, gallerie, il castello di Trenčín e diversi altri elementi formano parte della sua iconografia.

Il luogo di nascita di Filko è Veľká Hradná, non lontano dal castello di Trenčín, in Slovacchia. Nel 2005 Filko decise di costruire nel suo paese natale un complesso monumentale, L’ARCO, che avrebbe dovuto ospitare tutte le sue opere, un archivio, uno studio, uno spazio destinato alla ricerca e una fondazione. I primi edifici nacquero intorno alla casa colonica dei suoi nonni, dove ancora oggi vive la sorella. La sua concezione del Gesamtkunstwerk, caratterizzato dal particolare posizionamento di alcuni elementi (piramidi, alveari ecc.) è una testimonianza della visione cosmica sviluppata dall’artista nel corso della sua esistenza. Per alcuni anni, Filko vi raccolse le sue opere di grandi dimensioni e altri lavori che per decenni erano rimasti accatastati nel suo studio di Snežienková st. a Bratislava, strutturati come spazi cromatici e anch’essi concepiti sin dal 1965 come un’installazione totale. Per ragioni familiari, le sue opere sono state di recente tra
sferite in un deposito in un luogo non identificato. Il PROGETTO DELL’ARCO rimane tutt’oggi utopico.
Filko appartiene alla generazione di artisti concettuali slovacchi degli anni Sessanta come Peter Bartoš, Július Koller e Alex Mlynárčik; con quest’ultimo collaborò alla realizzazione di alcuni manifesti e di una serie di azioni intitolate Happsoc, che nascevano dall’appropriazione della realtà definita da tempo e spazio (Happsoc I, Bratislava, 2-8 maggio 1965, con Zita Kostrová). Nella successiva Universal Action, Filko operò un processo di appropriazione dello stato cecoslovacco inteso come totalità dotata di passato e futuro, sentimenti e, naturalmente, spazio e tempo (Happsoc III, 1966). A questa seguì l’intero universo di Happsoc IV (1967-1971). Fra il 1973 e il 1974, nell’ambito di un progetto e di un manifesto intitolati White Space in a White Space (con Ján Zavarský), Filko iniziò a lavorare con l’amico e stretto collaboratore Miloš Laky sull’idea di trascendentale (PURA EMOZIONE), da allora centrale nel suo lavoro. Nel 1982 emigrò in German
ia, dove era in contatto con Joseph Beuys. Poco dopo il suo arrivo, invitato a partecipare a Documenta di Kassel, presentò la Škoda con cui era scappato dalla Cecoslovacchia socialista (BAJ-85-70) dipinta di bianco. Successivamente si trasferì a New York, dove entrò in contatto con artisti del calibro di Andy Warhol e Keith Haring. Non imparò mai l’inglese, ma inventò una sorta di nuovo idioma che integrava nelle sue opere: una lingua unica, internazionale, che gli serviva per comunicare la propria concezione del mondo e che consisteva in una composita mescolanza di termini filosofici e scientifici e in una combinazione eterogenea di elementi mistici ed esoterici. Negli anni Ottanta Filko concentrò la propria attenzione sulla pittura neoespressionista dei Neue Wilde. Dopo la Rivoluzione di velluto ritornò in patria; dal 1991 vive e lavora a Bratislava, dove si dedica in modo permanente alla definizione del suo SISTEMA PSICOFILOSOFICO.

L’opera di Stano Filko è estremamente ampia e dinamica. Si basa su un’incessante archiviazione di oggetti e documenti attraverso la realizzazione di installazioni e ambienti, fino alle voluminose e immateriali PROJECT ART, PROSPEKT ART E TEXT ART: queste ultime sono opere in cui il testo assume un ruolo centrale, realizzate con materiali diversi come carte recuperate e adattate (spesso carte millimetrate), plastica colorata e traforata, alluminio e persino il suono, come nel caso delle notevoli registrazioni sonore su vinile.
Da un lato Filko utilizza testi recuperati da libri e giornali, dall’altro elabora un proprio sistema ideologico autonomo, il cosiddetto SISTEMA PSICOFILOSOFICO. Partendo da un approccio apparentemente ermetico, quasi alchimistico, l’artista crea neologismi di un vocabolario essenziale, attraverso la composizione o l’abbreviazione di parole esistenti. Fra le sue abbreviazioni più frequenti ricordiamo: SF = SYSTÉM FARIEB (Traduzione: Sistema cromatico) – STANO FILKO; EQ = EMOZIONE/ENERGIA – INTELLETTO; SOIQ = SPIRITO – INTELLETTO; EISQ = EMOZIONE – RATIO/INTELLETTO – SPIRITO.
Molto presente nel suo lavoro è il concetto di numerologia. Secondo le descrizioni dell’artista, Filko attinge alla numerologia ebraica incentrata sul numero otto, a quella cosmica basata sul nove e alla centroeuropea che ruota intorno al numero dieci. Le componenti numerologiche sono integrate ulteriormente nel suo sistema attraverso l’iconografia e gli elementi ricorrenti nel suo lavoro quali specchi, frammenti di carta millimetrata, mappamondi, bombe, scale ecc.
Filko concettualizza la dimensione del tempo. Le sue composizioni spaziali appartengono prevalentemente al gruppo di lavori definiti POSTBIGBANG in cui l’artista affronta lo spazio fisico (MATERIALIZZAZIONE – STORIA – RATIO – EGO). Altre composizioni rientrano invece nel gruppo di opere PREBIGBANG e simboleggiano il mondo metafisico. Un esempio è l’Universo, definito secondo quattro dimensioni di tempo puro: SENSUALITA’ – SENSIBILITA’ – EMOZIONE – SPIRITUALITA’. Né il POSTBIGBANG né l’ANTEBIGBANG si riferiscono esclusivamente alla creazione del cosmo ma sono legati alle incarnazioni di Filko (13-14-15 giugno 1937) e alle sue due morti cliniche del 1945 e del 1952.

Il SISTEMA CROMATICO di Stano Filko è particolarmente significativo. L’artista lo ha sviluppato attingendo allo studio dei sistemi in fisica (Newton) e alle ricerche sul colore delle teorie dell’arte. L’aspetto fondamentale in Filko consiste nell’impiego del colore in quanto STRUTTURA, che l’artista suddivide in 5 DIMENSIONI creando una struttura verticale; ciascuna delle cinque dimensioni è a sua volta ripartita in strutture orizzontali che corrispondono a 20 COLORI. Ogni colore si sviluppa fino a una determinata dimensione creando una sorta di chakra, mentre ogni dimensione superiore contiene tutti gli elementi di quelle inferiori. Il modello spaziale di questo schema è la piramide.
5. D. è uno spazio metafisico – ontologico. 12. TRASPARENTE (Assoluto); 11. BIANCO (Essenza); 10. ORO (Spirito). 4. D. è per Filko il MESSAGGERO simboleggiato dall’altruismo. Diversamente da 5. D., caratterizzato da una perfetta simmetria, 4. D. è uno spazio asimmetrico –l’Aldilà. 9. ARGENTO (Vertice dello Spirito); 8. ROSA (Falsità – Amore); 7. VIOLA (Destinazione della morte clinica). 3. D. è il Cosmo – Universo. Filko lo associa all’egoismo. 6. NERO/INDACO (Ego – Materia oscura); 5. BLU (Cosmo – Realtà materiale); 4. VERDE (Realtà socio-politica – Utopie sociali); 3. GIALLO (Dualismo – Nascita dell’ermafrodito – Principio del genere umano); 2. ARANCIONE (Eros – Sesso); 1. ROSSO (Biologia – Donna – Magma).

Il sistema di Filko abbraccia diverse discipline. I colori sono organizzati in ulteriori strutture secondo diversi sistemi filosofici fino al puro logos. Così facendo è possibile applicare la strutturazione intesa come metodo analitico a qualsiasi tipo di fenomeno, sia a quelli per i quali esiste già una definizione, sia a quelli per i quali l’autore inventa un neologismo. Filko crea innumerevoli sottocategorie fino al più infinitesimo elemento.
Grazie a questa formula, l’artista è in grado di creare una serie lineare infinita e, nello stesso tempo, di sviluppare infinite serie interconnesse fra loro su temi diversi e nell’ambito di specifici sistemi di conoscenza per i quali nutre interesse (un esempio sono le questioni di genere, l’evoluzione, la creazione dell’universo, l’aldilà, l’arte, la società, l’etica e così via).
Tuttavia, nelle sue molteplici rappresentazioni, Filko è solito affrontare le contraddizioni. Le opposizioni binarie gli permettono di sviluppare ulteriori rapporti dialettici interni (un tipico esempio è la contrapposizione fra EGOISMO e ALTRUISMO).
Le “serie” create da Filko si sviluppano dunque parallele. Le dimensioni possono per esempio rappresentare o essere a loro volta rappresentate da elementi classici (Fuoco, Aria, Acqua, Terra), dai punti cardinali (Nord, Ovest, Est, Sud), da temi sociali di vario genere o ancora da altri aspetti. Basandosi su questa struttura, Filko ha sempre la possibilità di sviluppare ulteriori serie infinite parallele con interconnessioni funzionali. La complessa sovrapposizione di livelli e le infinite interconnessioni creano un rizoma.
Filko è spesso considerato un utopista. Di fatto, si ispira a un modello universalistico del mondo che va oltre l’universo conosciuto. Cerca di ottenere una qualche forma di algoritmo finale (lui direbbe SINGOLA VERITA’ al posto di RELATIVITA’ PLURALISTICA) che gli consenta di delineare una costellazione essenziale, un’entità suprema che spieghi l’infinito. Non essendo un assertore del pluralismo, Filko non crede che le cose possano essere indifferentemente in un modo o in un altro. Per lui tutto è in qualche modo verificabile. OGGETTIVITA’ ASSOLUTA!

La mostra consiste in una selezione di opere dell’artista presentate precedentemente alla galleria amt_project di Bratislava (2012). Si tratta di una rassegna cronologica del lavoro di Filko, con una particolare attenzione al gruppo di opere del dopo Big Bang. La mostra affronta temi come la creazione del cosmo, l’idea di incarnazione, i fenomeni della morte clinica e lo spazio dell’Io, rappresentati in numerose sculture e installazioni.

Dal 1959 al 1965 Filko ha frequentato l’Accademia di Belle Arti e Design di Bratislava. Ha partecipato a numerose mostre internazionali fra le quali ricordiamo: Biennale di Parigi, Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris (1969); Documenta 7, Kassel (1982); FLYKO, Special Exhibit of Recent Work 1983-1985, P.S.1 – The Institute for Art and Urban Resources, Long Island City, New York (1986); Aspekte/Positionen. 50 Jahre Kunst aus Mitteleuropa 1949-1999, Museum Moderner Kunst Stiftung Ludwig, Vienna (1999); Biennale di Venezia, 51. Esposizione Internazionale d’Arte, Venezia (2005); UP 300000 KM/S, tranzit workshops, Bratislava (2005); 11th Biennale de Lyon, Lione (2011); Report on the Construction of a Spaceship Module, New Museum, New York City (2014) e numerose altre.

JIRI KOVANDA
ABOVE OUR HEADS
Il lavoro di Jirˇí Kovanda ha un carattere estremamente elusivo e minimalista ed è costituito principalmente da performance ed installazioni che affermano la libertà del singolo attraverso l’invisibilità della figura dell’artista a favore di una delicata esibizione dell’esistenza dell’oggetto. Le sue performance, documentate attraverso la fotografia,sono caratterizzate da piccoli interventi gestuali in contesti urbani che si articolano attraverso il coinvolgimento di persone o di oggetti d’uso comune, poetizzando l’esecuzione delle azioni più semplici e focalizzando l’attenzione sull’esplorazione dei limiti dell’autodeterminazione. La prima fase del lavoro dell’artista, a partire dalla metà degli anni 70’, va esaminata alla luce del totalitarismo sovietico e della totale eliminazione del concetto di individuo. L’azione ed il gesto, per quanto apparentemente ininfluenti sulla vita della collettività, nel lavoro di Kovanda assumono un carattere f
ondamentale e si impongono sia come mezzo per l’affermazione della libertà personale,che come strumento di presa di coscienza della realtà attraverso la messinscena di quello che, attraverso la documentazione, può apparire come un piccolo teatro dell’assurdo. Per la Fondazione Morra Greco, Kovanda realizza un’installazione site specific, un intervento delicatissimo concepito per il piano basamentale e tesoa suggerire un’atmosfera e modulare un ambiente piuttosto che ad imporsi come opera d’arte. La disposizione di una serie di lampadecollocate su pilastri, è realizzata a partire dalla posizione delle stelle della costellazione del Corvo. L’installazione è intitolata Above Our Heads ed il riflesso del cielo al di sopra dello spettatore viene restituito sul fondo del palazzo della Fondazione, come l’acqua di un pozzo che riflette la luminescenza della volta celeste.Il Corvo è una delle costellazioni più visibili dai cieli che sovrastano le aeree urbane, si a per la sua ridotta estensione che per la particolarità di essere collocata in un’area povera di stelle brillanti. Kovanda ha così la capacità di trasporre la magnificenza del cielo in uno spazio chiuso, di creare un’atmosfera sottile grazie alla suggestione della luce artificiale che illumina il buio naturale, riuscendo ad attuare il superamento del limite spaziale dei piani e del tetto del palazzo nella rappresentazione di una cosmologia personale ottenuta tramite la ricollocazione di oggetti già esistenti. La scelta artistica di rispettare la natura delle lampade reperite, senza ulteriori modifiche a livello d’intensità luminosa o di adeguamento della luce dell’una rispetto all’altra, riflette il rispetto per il materiale e la volontà di non rendere l’artificio volutamenteartificioso. Altra caratteristica fondamentale del lavoro è infatti la visibilità dei fili elettrici che alimentano le lampade e creano un disegno sul pavimento.L’utilizzo del cavo elettrico come parte integrante del lavoro crea un evidente  slittamento rispetto all’idea dell’oggetto, percepito abitualmente comeun inutile ingombro da nascondere. Il suo corrente utilizzo estetico assume la stessa importanza funzionale che il filo riveste per la generazione di elettricità e la scelta di mostrarlo effettuata da Kovanda diviene una personale presa di posizione nei confronti della concezione dell’oggetto e dellapercezione dello spettatore.
Le stelle che compongono la costellazione del corvo sono undici ma solo sei delle sue stelle sono luminose ad occhio nudo.  Kovanda mostra ciò che è visibile, le stelle, ed anche  ciò che viene solitamente celato, il cavo elettrico, dichiarandone la presenza quel tanto che basta per suggerire l’intervento artistico e facendo si che per scelta, solo l’essenziale e l’esistente per il singolo divenga visibile agli occhi di tutti.
Anna Cuomo

Jirˇí Kovanda (Praga, 1953) ha esposto i suoi lavori a Documenta XII (2007) e realizzato la perfrmance Kiss Through Glass alla Tate Modern di Londra (2007), tra le personali recenti la retrospettiva al Museum of Contemporary Art di Breslavia (2013), al Reina Sofia di Madrid (2012) e la collettiva al New Museum di New York (2014).

Fondazione Morragreco, Largo Proprio d’Avellino n°17 Napoli
opening aperto dalle ore 19:00 del 12 giugno 2014
Free admission