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Il Passaggio Blu di Nicoletta Ceccoli

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“Il Passaggio Blu di Nicoletta Ceccoli” recensione a cura di Carmen Famà

Partendo da un omaggio all’Alice di Lewis Carroll, prende il via il racconto dell’Alice moderna di Nicoletta Ceccoli nel solo show “Incubi Celesti” (29 ottobre – 23 dicembre 2010), ideato e curato da Alexandra Mazzanti, proprietaria e direttrice artistica di una delle cento gallerie più importanti del mondo, la Dorothy Circus Gallery.
Nei suoi dieci lavori inediti realizzati con la tecnica dell’acrilico su carta, Nicoletta Ceccoli dipana le trame di un racconto di cui Alice è il paradigma: il passaggio all’età adulta. La fiaba riscritta dalla Ceccoli racconta i primi contatti che i fanciulli hanno con il mondo degli adulti attraverso incubi animati da mostri, curiosità morbose, avventure straordinarie, il cui tratto tipico è l’angoscia -affannosa e liberatoria – prima del risveglio; i bambini si addentrano, tramite i sogni, nei sentieri tortuosi e oscuri dell’età adulta, da cui sono attratti e spaventati.
Nel racconto della nostra artista, i sonni degli adulti sono sterili, infelici, il prolungamento doloroso delle angosce della realtà. Lo spettatore attento, catturato dalla bellezza e dall’eleganza delle opere dell’artista nostrana, non potrà non essere colpito dai molteplici messaggi da esse inviati.
La triste storia del bambino che deve crescere è raccontata con estrema sensibilità in Passaggio Blu: un coniglietto addolorato, nocchiero dell’Ade dell’Infanzia, traghetta una bambina adagiata in una bara presso l’altra sponda del fiume, l’età adulta, solcando le acque tristi in cui galleggiano pezzi di lego e altri giocattoli ormai privi di significato. Nella sua chiaroveggenza l’ombra del giocattolo che fu trattiene a stento quella lacrima, simbolo del dolore universale per la perdita dell’innocenza. Rispettoso per la sacralità della scena che gli scorre davanti, lo spettatore, come Enea, scende negli Inferi, smanioso di rivedere e recuperare quel mondo che non gli appartiene più, ma non usa turbare i fantasmi del passato e si limita a guardare.
Lo sguardo ipnotico di Olympia lascia un senso di sgomento, quasi volesse penetrare prepotentemente nell’anima, segnandola con i suoi grandi occhi grigi, il volto di porcellana dai lineamenti puri e – caratteristica sintomatica di quest’opera – con le tante bambole raccolte tra le braccia, molteplici proiezioni in miniatura di se stessa, come se fossero frammenti sparsi nel tempo e riconquistati affannosamente. I colori diafani si stagliano su uno sfondo nero che racconta sapientemente l’immenso vuoto della solitudine incombente sulle anime, al quale si cerca di rimediare colmandolo con degli oggetti abitanti di una realtà parallela riflessa. La fanciulla impone un senso di silenzio cinematografico come se volesse condividere un misterioso segreto con chi le sta di fronte.
Nell’omonima Incubi Celesti, che tanto richiama alla memoria gli incubi notturni dell’artista romantico Johann Heinrich Füssli, i serpenti sono rivelatori di quella razionalità senz’anima che avviluppa tra le sue spire i moti più appassionati dell’animo umano.
La creazione di un’immagine speculare della stessa figura, di due identici volti, riflesso l’uno dell’altro, ripropone in Anima Gemella il tema del doppio, tanto trattato in letteratura da Plauto a Ovidio, da Wilde a Kafka. I due volti appuntano il loro sguardo inquietante dalle raffinate fatture sullo spettatore e, come in Olympia, denunciano l’immenso vuoto della solitudine intraprendendo un viaggio a ritroso nei meandri oscuri dell’Io, alla ricerca delle radici più autentiche del Sé, per salvare la propria anima dalla morte.
Così, in una rivisitazione contemporanea del mito di Orfeo ed Euridice, la fanciulla di Incanto con la magica melodia del suo piffero ipnotizza i serpenti, mentre attraversa gli abissi infernali, in questo viaggio che simboleggia la ricerca dell’Io.
L’immobilità delle opere è abbagliante; le atmosfere sono sospese, rarefatte, da sogno; il blu domina la scena dei colori; il senso di solitudine è opprimente. Si ha l’impressione che le paure dei grandi, una volta emerse in superficie, siano state messe sotto vetro ed offerte ad un più attento consulto.
Il linguaggio di Nicoletta Ceccoli non è mai ostentato, mai eccessivo, sempre calibrato, anzi per la sua delicatezza in netto contrasto con i linguaggi volgari, spinti da cui purtroppo la nostra era è contrassegnata. La sua arte, attraverso gli stilemi del linguaggio infantile, racconta la crisi dei nostri giorni, una crisi economica, morale, sociale, che si riflette nella crisi dell’individuo che fatica a riconoscersi sempre di più in un mondo in cui l’umanità è messa al bando, fagocitata da bisogni esclusivamente materiali.
Un’umanità in esilio: adulti che non si ascoltano, che non sanno ascoltarsi, che non ascoltano i futuri adulti del domani, i bambini, in una reazione a catena di cui si rifiutano di soppesare la reale portata. Lo spettatore, dopo essersi immerso nel mondo blu del circo di Dorothy, avrà vissuto un’esperienza totalizzante aperta ai più svariati richiami, siano essi danteschi, virgiliani, ovidiani, shakespeariani, chagalliani, politici, sociali e così via, in un gioco di rimandi che promette di arricchirsi sulla base delle soggettive esperienze di colui che “vive” Nicoletta Ceccoli.