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Il tempo di Giacometti

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Alberto Giacometti Uomo Che Cammina
Alberto Giacometti
Uomo Che Cammina

VERONA – Marco Goldin ha selezionato 70 opere di Alberto Giacometti dalla Fondazione Maeght di Saint-Paul-de-Vence per imbastire la mostra “Il tempo di Giacometti da Chagall a Kandinsky. Capolavori dalla Fondazione Maeght”. Rassegna ospitata a Verona nel Palazzo della Gran Guardia, dal 16 novembre 2019 al 5 aprile 2020. Lo scopo è quello di far conoscere le sculture più famose dell’artista svizzero, insieme ai disegni e ai dipinti, inserendolo nel clima della pittura francese che va dagli anni Venti ai Cinquanta del secolo scorso. E quindi affiancandolo alle creazioni di Braque, Chagall, Mirò, Kandinsky, Derain, Léger.
Vorrei soffermarmi su “L’homme qui marche”, il bronzo del 1960, che è una delle sculture più celebri di Giacometti. L’opera che gli permette di esprimere la sua visione del mondo. E dei suoi simili. Specialmente quelli che gli sono più vicini. Una visione che si articola in un drammatico processo di ricerca. Che inizia dai suoi lavori adolescenziali dove riesce facilmente a disegnare l’oggetto della sua attenzione, per incagliarsi poi nella forma che si scompone. Nel non comprendere ciò che gli sta davanti. Allora tende a ridurre al minimo la materia di cui sono fatti i corpi. I volti specialmente. Diventano affilati come una lama. Per dare il meno appiglio possibile alla fine della vita che ci accompagna ovunque.
A vent’anni gli muore accanto durante un viaggio in treno, l’uomo che ha casualmente conosciuto. Non è la morte a sconvolgerlo ma la solitudine di quell’essere. Percepisce che non è solo il corpo a diventare inerte, ma lo stesso io, inutile involucro della materia. La scomparsa del compagno di viaggio gli rivela il nulla. La persona che si ama o si guarda è solo effimera apparenza. Una materia priva di senso che ci rapporta al prossimo, da un lato come un assoluto, e dall’altro come il niente. Di qualcuno, possiamo cogliere l’idea dello sguardo e non la presenza. Si spiegherebbe nelle sue sculture la riduzione del volto ad una lama, come accennato prima, per allontanare la caducità della materia, simbolo dell’ineluttabile. Il suo Uomo che cammina è il prototipo, gracile filiforme disincarnato, di chi ha avuto esperienza dell’inferno e si è ridotto solo pelle e ossa.
Poi mi soffermerei su Chagall con la sua cultura infiltrata di ebraismo e di civiltà russa, con la rievocazione dei villaggi dell’infanzia. E quindi i suoi debiti nei confronti del primitivismo di Gauguin e della pittura di Matisse di Braque di Picasso. Durante il primo soggiorno parigino, dal 1910 al 14, ha modo di entrare in contatto con loro ma il cubismo è un’etichetta che gli va stretta: “Che mangino , quando hanno fame, le loro pere quadrate sulle loro tavole triangolari”, dichiara. Quella di Chagall non è un’arte fondata sull’analisi e l’intelletto ma sull’animo e la sfera emotiva. Un’arte che sa osservare il mondo con il cuore e sa scoprire con l’apparente ingenuità di un bambino. 
(Fausto Politino)

per info:
www.comune.verona.it
www.lineadombra.it