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Manomissione e senso

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gio_rosdi Franco Martelli

Quanti conoscono il percorso pittorico di Giò Ross troveranno non solo giustificato, ma anche attendibile il progressivo mutamento linguistico dell’artista che, pur attraverso una costante ricerca di nuove forme strutturali e comunicative, rimane tuttavia fedele alla propria indagine, alla propria poetica approfondendole e affinandole in linguaggi ora più diretti, ora più simbolici, ora più amaramente ironici.
“Quattro stanze” per dialogare con il fruitore o più appropriatamente, con “l’altro”, al di qua e al di là degli inganni illusori, delle tante parole prive di senso rigurgitate a fiotti, del permeante quanto velenoso pensiero acritico messo in gioco con eccessi di generosità.
“Quattro stanze”: “Finestre”, Porte”, Architettura e città”, “Mass media”; ovvero quattro proposte tematiche (e avrebbero potuto essere altre) legate da una unità contenutistica per una riflessione che possa essere dialettica, per una volontà di denuncia e di smascheramento di quell’inganno comunicativo plurisettoriale che ci circonda e dal quale ci lasciamo conquistare troppo spesso senza prenderne coscienza, per una illusoria idea di libertà.
Ben presto sarà doveroso entrare in quelle … “stanze”.
All’interno dell’ambiente familiare, sin dai primi anni, Giò Ross sa cogliere il “vantaggio” di poter muoversi in un clima ricco di stimoli culturali e artistici anche , e non solo, per essere a contatto con personaggi quali Salvatore Fiume ed Enzo Gualazzi entrambi suoi zii. Frequenta l’Istituto d’Arte – Scuola del Libro – di Urbino nella sezione di Tecniche incisorie, quindi si trasferisce a Bologna dove conclude gli studi universitari presso il DAMS.
Negli anni trascorsi presso l’Istituto urbinate ha avuto la possibilità di osservare e di riflettere sull’opera di quei grandi “maestri” che nel corso del tempo, in quella “Scuola”, avevano lasciato tracce di indiscusso valore; durante gli anni bolognesi Giò Ross si apre a nuove ricerche all’interno delle quali coniuga percorsi tematici e costruzioni sintattiche tali da condurlo ad una riconoscibile autonomia poetica e formale.
Sin dalla prima “stanza” Ross propone nelle sue opere messaggi volutamente in contrasto tra loro o elementi di una realtà solo apparente, che necessita della capacità di procedere oltre la pura visibilità. L’artista attraverso decostruzioni e ricostruzioni, approda ad una sorta di trasfigurazione di elementi, oggettuali o meno che siano, mostrando un “mondo” più aperto al dubbio e all’interrogativo che alle propagandate certezze.
Le finestre naturali strutture di corrispondenza interno-esterno e contemporaneamente esterno – interno (anche interiore), ovvero quasi simbolo di apertura e trasparenza, vengono per contro presentate come elementi di chiusura e separazione (che sia “La finestra gialla” con lucchetto dipinto, o “La finestra in finestra”, od altre), denunciando una manomissione anche concettuale e per contro il bisogno di una diversa comunicazione contrapposta a quell’ “interno serrato” –individualismo -.
Anche la porta si pone come struttura di chiusura e di apertura, tuttavia con una valenza aggiuntiva: luogo di passaggio che permette di entrare e uscire, ma anche di far entrare o far uscire. Ma chi posto al di fuori di una “Porta con mattonelle” o di una “Porta” che pur con tante maniglie è bloccata dall’interno non può cogliere che una volontà di esclusione da quella casa o da quell’ambiente o più ancora da determinati contesti sociali.
Come per le finestre, anche le porte hanno perduto il loro “senso” e quel loro senso originario devono recuperare; o meglio qualcuno deve restituirlo!
“… Lo sfogliai e ne lessi alcune frasi. Le nostre parole sono spesso prive di significato. Ciò accade perché le abbiamo consumate, estenuate, svuotate con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti. Per raccontare dobbiamo rigenerare le nostre parole. Dobbiamo restituire loro senso, consistenza, colore, suono, odore. E per fare questo dobbiamo farle a pezzi e poi ricostruirle.
Nei nostri seminari chiamiamo –manomissioni- questa opera di rottura e di ricostruzione. La parola manomissione ha due significati, in apparenza molto diversi. Nel primo significato essa è sinonimo di alterazione, violazione, danneggiamento. Nel secondo che discende direttamente dall’antico diritto romano –manomissione era la cerimonia con cui uno schiavo veniva liberato-, essa è sinonimo di liberazione, riscatto, emancipazione. La manomissione include entrambi questi significati. Noi facciamo a pezzi le parole, che manomettiamo, nel senso di alterarle violarle e poi le ricostruiamo ( le manomettiamo nel senso di liberarle dai vincoli delle convenzioni verbali e dei suoi significati. Solo dopo la manomissione possiamo usare le nostre parole per raccontare storie” (G. Carofiglio, La manomissione delle parole, 2010).
Operazione e processo attuabili evidentemente anche attraverso il linguaggio visivo.
Dal luogo privato, forse meglio dire chiuso in se stesso (?), nella sua narrazione Ross ci accompagna in ambiti più propriamente pubblici (o che tali dovrebbero essere).
Spaesamenti, memoria, tempo circolare, storia, strutture immaginarie e/o trasferimenti reali: dai “Fossili” ai “Frammenti di opus incertum”, da “Ombra sulla città” alla “Città della poesia decriptata”, da “Dopo il bombardamento” ai “Graffiti”.
Verrebbe naturale chiedersi come possano vivere donne e uomini all’interno di quelle città (Città – St ato) sia individualmente, sia come comunità, sia come quella stessa comunità sia organizzata o gestita dal “Potere”.
“Potere o Poteri” che possono essere rappresentati da volti diversi: da un lato il “Potere” tradizionalmente inteso, ma anche altre tipologie di “Poteri” (che talvolta possono anche intrecciarsi tra loro) tra i quali a Ross non sfugge di certo quello “Mediatico”. Prendono vita opere come “Carriola”, “Spam” (o “Rifiuto”), “Ciao come stai?”, od altre ancora.
Mass media e più in particolare televisione si pongono in gran parte quali fattori di inganno informativo (disinformazione) o di proposizioni illusorie di successo, ma prima ancora di idea del sé:Il messaggio ormai troppo ampiamente passato è quello di considerarsi “essere” o “esistente” in rapporto a quanto “si appare” o “si ha visibilità”. E ancora quell’offerta che ci pone nell’illusione di conoscenza e di partecipazione a “fatti o eventi” di fatto ci colloca “solo in studi televisivi in cui si mettono a punto simulacri di realtà … o un enorme supermercato in cuinci troviamo a scambiare l’esperienza della realtà e il suo orizzonte di senso con agende di senso comune, valori e investimento affettivo prét-à-porter” (M.G. Onorati, Contrastare il brutto).
Sarebbe di grande interesse avere tempo e spazio per dialogarne con McLuhan, con Popper, con Baudrillard e con altri ancora.
Il percorso lungo il quale Giò Ross ci invita e ci accompagna con una logica sottile che passa dalla capacità della “destrutturazione visionaria all’insinuazione puntuale del dubbio”, fa in modo che si ponga un’altra ineludibile domanda: con quali modalità agisce il “Potere” tradizionalmente inteso e perché tanto si affanna per avere controllo sul “Potere mediatico”?
“Trattandosi di pervasività inconscia” ne discende che “al potere che ci forgia non costrizioni fisiche o con limitazioni di libertà, ma con idee che fanno riferimento alla sicurezza (dalle assicurazioni alle telecamere, dalle porte blindate alle prigioni), al consumo (come disponibilità, abbondanza, opulenza, spreco, status symbol), alla passività (davanti ai media, incantati dallo spettacolo, dalla celebrità, dal successo che innescano processi imitativi nel più assoluto riconoscimento della propria personale individualità), al narcisismo individualistico (nel più completo disinteresse delle sorti della collettività, per la quale non si riesce neppure a immaginare un futuro significativo), al potere che marcia su queste idee semplici, dove ciò che si celebra è solo l’inerzia dello spirito, occorre contrapporre, scrive Hillman, -il potere delle idee che non rifuggono dalla visione immaginativa, dal pensiero avventuroso- promosse da anime alla disperata ricerca del potere della mente da contrapporre all’impotenza che sperimentano” (U. Galimberti, I miti del nostro tempo, 2009).
E’ superfluo domandarsi perché divenga tanto facile che quelle “idee semplici” esercitino tanto fascino ed occupino gran parte della mente umana della nostra epoca?
Non solo le “Interferenze” di Ross, ma anche la nebbia sulle coscienze tanto denunciata da Orwell pssono offrirci ampi spazi di riflessione. L’uomo dispone ancora di potenti armi mentali in grado di opporsi con successo se solo lo vuole.
“Il fatto che un’idea riesca a persuaderci e perfino a convertirci, demolendo abiti mentali a cui pure eravamo affezionati, ci dà un potere immenso su quelle idee scontate su cui marcia il potere senza neppure che ce ne accorgiamo. E passare dalle idee che ci posseggono alle idee che pensiamo è il primo atto della nostra libertà e la prima forma di limitazione del potere che ci sovrasta …” (U. Galimberti, cit.).
Si è già scritto che Carofiglio attribuisce alla parola-azione “manomissione” due valenze apparentemente contrastanti quanto invece necessariamente consequenziali; un’operazione in parte suggerita anche dal modo di procedere e di operare di Ross.