Geometrie dell’illusione ovvero l’illusione della geometria.

Una a caso di queste due locuzioni potrebbe a prima vista definire il lavoro di Guido Zanoletti, artista scomparso nel 2014 ma non dimenticato da un collezionismo colto e raffinato. Illusorio infatti l’effetto di una visione tutta giocata sull’ambigua dialettica tra angolo reale e angolo virtuale ma illusorio soprattutto che l’opera si autolimiti in ciò.

Autore dotato di forte espressività, disegnatore abilissimo, scenografo, Zanoletti agisce nell’ambito di quella tradizione animata dallo studio dei meccanismi percettivi: una linea continua che dall’impressionismo giunge al costruttivismo e di qui alle più recenti ricerche visuali cinetiche. Sempre medesimo l’assunto: liberare la visione dai naturali condizionamenti e, nell’impossibilità di recuperarne una verginità , creare almeno coscienza degli stessi. Un obiettivo qui perseguito con un rigore costruttivo e formale che al di là dei tradizionali rapporti pittura-superficie e scultura-volume, utilizza la forma come sintesi assoluta di materia-spazio-luce. L’uso della geometria allora è coadiuvato da un rapporto “plastico”, alterato da spigoli, insenature, sporgenze ma sempre ben aderenti alla forza portante del colore.

Questi dunque i presupposti, propri peraltro ad altri e il primo a sovvenirmi per l’omologia delle forme è ovviamente Albers con gli Omaggi al Quadrato.  Ma se Albers muove da un’ipotesi spaziale a priori, il quadrato (poi metamorfizzato volumetricamente dalle campiture di colore) inteso come campo percettivo  dal valore funzionale,  Zanoletti presenta invece un quadrato prima e un cubo poi, assunto a forma pura e al contempo carica di valenze surreali e simboliche, di tensione, di un’energia indirizzata stavolta all’Essenza non all’Astratto. E se la ricerca dell’Astratto  ha un qualcosa di rasserenante, il cammino verso l’Essenza è un cammino iniziatico attraverso una “selva oscura”: “Uso il cubo come Morandi la bottiglia”- avvisa l’Autore.

Così tramite la fisicità dell’angolo, la molteplicità degli incastri, l’emozionalità della ricerca cromatica e l’intervento della luce scaturisce un gioco che porta in trappola, uno scontro condotto in climax ascendente, paradossalmente riproducibile all’infinito e sospeso solo all’apparire di un punto di equilibrio, d’un subitaneo silenzio, momentaneo ma risolutivo dell’opera.

Luce e nostalgia

Così lo spazio in cui Zanoletti opera non è semplice insieme di relazioni geometriche tra corpi solidi opachi ma è concepito simbolicamente come prodotto della luce. Si tratta di una luce che è contemporaneamente lux –principio originario, intellettuale, indivisibile- e lumen –luce diffusa, molteplice, espressa attraverso i suoi raggi. Solo coperto e colpito dal lumen l’ente esiste e rivelandosi riflette e dunque riporta la sua essenza al consustanziale Principio.

In uno spazio così concepito il colore non è accidente fisico, né proprietà percettiva fisiologica, ma spirituale nostalgia del corpo per la Luce. Ecco dunque un colore “luminoso” ora invadere rasserenante il campo, ora tagliarlo esaltandosi nella timbrica e certo contribuendo a sempre nuovi dinamismi.

Le stanze e il labirinto

La tensione verso l’alto e la manipolazione della forma spesso ingigantita e dunque riprodotta in una sua sola porzione, meglio si evidenzia in quelle opere che sono le stanze. Qui lo sguardo dello spettatore è chiamato a rimandi infiniti, incapace a fissarsi un confine, a possedere visione dell’intera percorribilità. Anche Zanoletti dunque affronta il tema del labirinto, necessario cammino iniziatico, atemporale catabasi nella profondità dello spirito verso una vera metanoia. A questo mutamento non può che essere chiamato anche l’Artista.

Non sempre il tracciato labirintico (dentro e fuor di metafora) rappresenta un cammino in cui si smarrisce la strada. I labirinti “primitivi” sempre, seppure con difficoltà, conducono all’uscita. Sarà poi con il Barocco a subentrare il senso tragico dello smarrimento, la coscienza dell’inganno, da cui solo la Grazia Divina (Controriforma) o l’Intelligenza (Illuminismo) possono affrancare. Ed è evidente come da questo momento e da questo mutamento nell’essenza del segno nessun artista possa più prescindere, pur nella libertà delle forme e nella loro polivalenza. Intervenendo qui la geometria a costruire corridoi, il labirinto aquista la forza della progettualità, il che consente per Zanoletti di parlare di Costruttivismo Barocco o di Barocco costruttivista, includendo pure lo stupore e la vertigine di chi, spettatore, è posto nella condizione di muoversi davanti all’opera, costruendone varie soluzioni. Questa frantumazione della visione recherebbe insito il rischio di perdita dell’unità dell’opera stessa: ma la mano di un Maestro sa tendere il filo d’Arianna…