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L’universo sensoriale di Gayle Chong Kwan

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La carne, il prosciutto e il cioccolato sono sostanze caratteristiche della nostra alimentazione, ma possono anche diventare elementi fondamentali per comprendere in chiave “mitica” la nostra epoca. Gayle Chong Kwan, artista di origine cinese, scozzese e mauriziana, analizza attraverso le sue opere vasti temi come l’importanza del cibo, a livello globale e personale, il commercio e il turismo.
La sua creazione artistica è specificatamente legata al contesto, ai sensi e alla memoria, intesa anche come storia. L’artista utilizza vari medium espressivi come la fotografia, il video e la performance. Le sue opere conducono lo spettatore in un viaggio attraverso paesi e civiltà, inducono ad esplorare il rapporto tra cibo e cultura, facendo scaturire riflessioni profonde su tutto ciò che proviene “dalla Terra”. Gayle Chong Kwan crea nuovi paesaggi mitici a partire da materiali come la plastica e i rifiuti alimentari, che si ritrovano in “Babel” una delle sue fotografie più famose della serie intitolata “Cockaigne”, un’immensa torre di babele composta da carne cotta e prosciutto crudo essiccati. Il paesaggio, costituito di solo cibo, diventa quindi una metafora, una sorta di satira rivolta ai consumatori d’arte, del buon cibo, e della cultura in generale che possono “mangiare (e digerire)” interi mondi o crearne di nuovi, mitologici e fantastici. Gayle Chong Kwan è oggi una delle più importanti giovani artiste del Regno Unito, nel 2004/05 ha conseguito l’Individual Artist Award, nel 2005 l’Arts Council England International Fellow, e più recentemente ha vinto nel 2008/9 il Vauxhall Collective Award for Photography ed è stata nominata per il premio d’arte contemporanea 5×5 Castelló 09. Attualmente vive a Londra, ma espone le sue opere in tutto il mondo soprattutto nel Regno Unito, in Francia e in Italia. Ho avuto il piacere di lavorare con Chong Kwan a Parigi allestendo insieme a lei la sua mostra personale alla Galleria KernotArt, dove ha presentato il progetto del “Grand Tour”, frutto di due anni di lavoro. Benvenuti quindi nel favoloso, profondo e fantastico universo sensoriale di Gayle Chong Kwan. Oggi lascio parlare quest’artista attraverso una serie di domande per scandagliare in profondità la sua poetica artistica.

 

F.M.: Il cibo è sostentamento, ma per te è diventato un mezzo di comunicazione attraverso le fotografie, le sculture e le installazioni. Perché hai scelto proprio questo elemento quotidiano come costituente principale della tua ricerca artistica?

G.C.K: Il cibo mi affascina non soltanto per il suo valore nutrizionale, ma come un vero e proprio sistema di comunicazione, un insieme di immagini, di costumi, è una sorta di lingua, che permette di farci dialogare tra le diverse culture e attraverso le differenti epoche, mi interessa soprattutto il sistema di comportamenti e rituali che c’è dietro.
Il cibo è in realtà solo una piccola parte del mio lavoro, mi affascinano anche i sensi e la memoria che da esso scaturiscono. I ricordi associati al gusto e all’olfatto tendono ad essere altamente emotivi, chiari e vividi. Io esploro in gran parte questi aspetti sensoriali in maniera piuttosto diretta, in particolare a livello fotografico amo analizzare le possibilità e i limiti del predominio visuale, le connessioni e le frustrazioni in rapporto agli altri sensi. Il mio background culturale ha svolto un ruolo importante in questo, il cibo è uno dei mezzi principali attraverso cui la mia famiglia cinese-mauriziana si è sempre ricollegata alle proprie origini e alla propria isola, dove l’eredità del colonialismo ha lasciato differenti culture, che utilizzano il cibo come un vibrante “linguaggio” comunicativo tra esse.

 

F.M.: Una delle tue serie fotografiche più importanti è “Cockaigne” cioè “Cuccagna”, ispirata all’idea che si aveva nel XIV secolo di una terra fatta di cibo, dove tutti i desideri e le esigenze venivano soddisfatte. Attraverso queste fotografie cosa cerchi di descrivere un paradiso mitico o una visione profetica dell’ inferno?

G.C.K.: “Cockaigne” , realizzata per l’Arts Council England Award, è stata sviluppata da una ricerca che ho effettuato alle Mauritius, nei due mesi di permanenza durante i quali ho creato questo nuovo lavoro. Mi sono interessata al modo in cui il turismo ha ripresentato, modificato e teatralizzato il paesaggio dell’isola, con particolare riferimento alla rappresentazione del suo passato coloniale. Nel celebre dipinto di Brueghel il Vecchio del 1567, “Cockaigne” è un goloso paradiso immaginario ambientato nel XIV secolo, una terra fatta interamente di cibo, dove tutti i desideri e bisogni sono soddisfatti. Prosciutti e formaggi crescono sugli alberi, nelle fontane scorre la birra, le case sono ricoperte di torte. Il mio “Cockaigne” invece esplora gli ideali utopici del paradiso e la rappresentazione dell’ “esotico” nel settore delle industrie turistiche a livello mondiale, così come le leggenda Europea e tutta la storia dell’arte decorativa. Poiché l’idea della “Cuccagna” nel XIV secolo si è sviluppata da una tradizione orale, il suo significato è tipicamente ambiguo: potrebbe essere una critica alla cupidigia in generale o all’avidità di determinati gruppi sociali, come il clero ed i proprietari terrieri, durante i periodi di carestia, ma potrebbe anche rappresentare una celebrazione dell’appagamento sensoriale. La mia serie di dodici fotografie, “Cockaigne” è altrettanto ambigua: delle piccole isole, come le Mauritius, possiedono un’industria turistica economicamente autosufficiente che tuttavia può rappresentare anche un rischio per esse; la gente ha sempre bisogno di una sorta di scappatoia e questa idea di paradiso verso il quale scappare, è stata spesso rappresentata storicamente nell’arte.

 

F.M.:Tu hai recentemente pubblicato un libro intitolato “The Grand Tour“. Storicamente, era un viaggio culturale, un rito di passaggio quasi obbligato riservato ai giovani delle classi elevate, prima dell’avvento del turismo di massa. Qual è il significato del Grand Tour per te?

G.C.K.: “Il Grand Tour” è un libro editato dalla galleria d’arte contemporanea ArtSway nel New Forest pubblicato in occasione della mia recente mostra alla galleria, dal titolo “Terroir and the Pathetic Fallacy”. Il Grand Tour è un insieme di quattro serie fotografiche di grande formato – “Atlantis”, “Glocal Panormama”, “Veduta Romantica”, “Le preziose” e “Remains Paris”, un progetto di due anni sviluppato in Inghilterra, Francia e Italia, seguendo proprio il percorso del grand tour.  Ho sempre lavorato nei paesi coinvolti nello storico grand tour e mi sembrava importante riflettere sul mio modo di creare proprio in questi tre stati differenti, tutto ciò è anche collegato al mio interesse per le dinamiche del turismo. Il grand tour fu un punto di partenza per lo sviluppo del turismo di massa, e anche una sorta di “triangolo” attraverso il quale abbiamo reinterpretato, vissuto e integrato altre culture, così come abbiamo sviluppato la nostra idea di “cultura”.

 

F.M.:Vorrei parlare di “Atlantis”, uno dei tuoi lavori che mi affascina di più. “Atlantis” è un enorme paesaggio mitico, una città composta di imballaggi per alimenti fatti di plastica semi-opaca, utilizzati dai londinesi. “Atlantis” fa riferimento a una città perduta o è una osservazione sui cambiamenti climatici del presente?

G.C.K.:“Atlantis” (2008), è una località turistica enorme e fantastica ricreata in miniatura e ricoperta di plastica per alimenti, rifiuti e materiali d’imballaggio disposti in modo da coprire quasi l’intero pavimento di una galleria. Atlantide per la prima volta è stata descritta da Platone attorno al 360 a.C., come una città catastroficamente sepolta sotto il mare, dopo che un terremoto e un diluvio si erano abbattuti sull’isola. La storia di Atlantide è stata spesso utilizzata come un espediente letterario, ed è entrata a far parte dell’immaginario popolare nel 1880. Molte spedizioni si sono conseguite alla ricerca dei resti di Atlantide, soprattutto nel Golfo del Messico. Atlantide è stata mitizzata per i suoi enormi e bellissimi templi, i suoi splendidi palazzi, i porti e la vegetazione lussureggiante, ma la versione che propongo è stata invece ricavata dai rifiuti e da imballaggi in plastica per alimenti, i cui resti vengono spesso ritrovati sul fondo di molti dei nostri fiumi e mari. La mia “Atlantis” ha un’architettura ispirata alle numerose rappresentazioni di come è stata sempre immaginata questa città, ovvero una risorsa turistica, come Hydropolis a Dubai e la località turistica di Le Grand Motte, creata dall’architetto Jean Balladur, i cui edifici si riferiscono direttamente alle piramidi precolombiane.

 

F.M.: Tu hai partecipato ad una residenza d’artista presso la Cittadellarte-Fondazione Pistoletto in Italia: la “Unidee in residence”, un programma internazionale cha ha coinvolto artisti provenienti da molti paesi. Com’è stata la tua esperienza?

G.C.K.: Mi sono aggiudicata la residenza presso la Cittadellarte-Fondazione Pistoletto a Biella in Italia nel 2005 grazie Arts Council England come uno dei loro programmi internazionali. E ‘stato un momento cruciale nella mia carriera che mi ha portato a sviluppare una pratica artistica più internazionale. Si è trattato di una residenza inusuale, dove si è posto l’accento sulla sperimentazione e sullo scambio per un periodo di più di cinque mesi, anziché le solite brevi residenze in cui si ha spesso solo un mese per creare nuove opere per dar vita ad una mostra finale. Questa maniera più internazionale di lavorare mi ha portato: a vivere e ad avere un atelier a Parigi per la maggior parte dello scorso anno, durante il quale ho effettuato un’altra residenza, nonché diverse mostre; ho partecipato ad una residenza a Tbilisi in Georgia, realizzata grazie a Iniva e al British Council, con artisti provenienti dall’ Azerbijan, l’Armenia e la Georgia, inoltre ho creato anche una nuova serie fotografica ed una ricerca per una mostra personale “The Land of Peach Blossom” , a Thames Town a Shanghai per la Galleria Graves Sheffield. Quest’anno ho lavorato per la decima Biennale dell’Havana, per la quale ho creato dei teli di grandi dimensioni raffiguranti delle serie fotografiche provenienti da un lavoro effettuato in Moravia, a Medellin e in Colombia; infine ho iniziato l’anno scorso il giro per le isole a nord della Scozia per creare “Senscape Scotland” facente parte del Vauxhall Collective Award for Photography.

 

F.M.: Lo scorso anno il Regno Unito è stato duramente colpito dalla crisi finanziaria, adesso si sta lentamente riprendendo ma le gallerie e gli artisti ne hanno sofferto molto. Vorrei chiederti qualcosa in relazione a questo momento finanziario e cosa ne pensi della crisi del mercato dell’arte contemporanea che oggi fortunatamente si sta riducendo?

G.C.K.: Il mio lavoro vende molto bene a livello internazionale, ma questo non è mai il mio principale obiettivo, poiché mi commissionano anche mostre, progetti e residenze d’artista. Sono stata relativamente toccata dalla crisi del mercato dell’arte contemporanea, anche se nel Regno Unito conosco molti artisti che sono stati colpiti da essa.