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Alexander Nemerov, Soulmaker. The Times of Lewis Hine (2016)

di Loretta Vandi

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Alexander Nemerov, Soulmaker. The Times of Lewis Hine, Princeton, Princeton University Press, 2016, pp. 191, 19 illustrazioni a colori, 105 in bianco e nero, $ 45,00Alexander Nemerov, Soulmaker. The Times of Lewis Hine, Princeton, Princeton University Press, 2016, pp. 191, 19 illustrazioni a colori, 105 in bianco e nero, $ 45,00

Il libro di Alexander Nemerov (storico dell’arte a Stanford, nipote della fotografa Diane Arbus, née Nemerov), intitolato “Soulmaker. The Times of Lewis Hine”, è introdotto da una frase di Ralph Waldo Emerson: “La nostra fede non è che momenti; il nostro vizio è invece la consuetudine. Tuttavia c’è profondità in quei brevi momenti che ci costringono ad attribuire loro più realtà che a tutte le altre esperienze”. Il testo di Nemerov è alla ricerca di quei momenti di “fede” espressi, a suo parere, dalle serie fotografiche di Lewis Hine, interpretabili come una meditazione sulle possibilità di questi momenti di “profondità”, sul valore del tempo e dello spazio, sull’antinomia tra bene e male, sui contesti sociali mancanti di cultura, sul ruolo degli artisti che dovrebbero farci vedere, con il loro ardore, quello che normalmente non attira la nostra attenzione o che volutamente non vogliamo vedere.

Alla fine della lettura delle immagini di Lewis Hine e della visualizzazione del testo di Nemerov, due domande sorgono spontanee: “Esiste davvero una distinzione tra impegno sociale e impegno esistenziale?” “Nel caso non esistesse, in quale modo potrebbe essere trattato questo intreccio di tendenze: con le parole o con le immagini?” L’ipotesi di fondo espressa da Nemerov nel testo che, più che accompagnare, costruisce le immagini di Lewis Hine, è che questo sociologo e fotografo americano della provincia (nato a Oshkosh, Wisconsin, nel 1874 e morto nel 1940), artista suo malgrado, è riuscito a plasmare un’anima per quelle persone, soprattutto bambine e bambini lavoratori, che non hanno avuto il tempo materiale e spirituale di costruirsela da soli. Dei sei capitoli in cui è suddiviso il libro – Soulmaker [Artefice d’ anime]; The man from Oshkosh [L’uomo da Oshkosh]; The ceremonial architecture of time [L’architettura cerimoniale del tempo]; Put the headlines to bed [si tratterebbe di un gioco di parole che unisce la preparazione del giornale per la stampa con lo strillare i titoli da parte dei bambini); Haunted [Luoghi spettrali]; We work in the dark [Lavoriamo al buio] – il tema dominante è che non si nasce con un’anima: questa va lentamente configurata e, una volta arrivati alla sua formazione, deve essere colta da occhi esterni per avere una sua collocazione nel tempo e nello spazio.

La fotografia avrebbe questa possibilità: se ben scattata (vedremo in seguito cosa significa) potrebbe far trasparire l’anima dalla materialità del corpo a condizione che quest’ultimo sia ripreso in un attimo “significativo”. Ma qui il termine “significativo” è ben diverso da quello inteso da Henri Cartier-Bresson: per il fotografo francese quell’attimo è unico e irripetibile, è la sintesi di tanti momenti d’attesa (da parte del fotografo) e così si carica anche di possibili valori simbolici. Secondo l’interpretazione di Nemerov, invece, gli attimi colti dalla macchina fotografica di Hine in precisi luoghi dell’America (l’America delle fabbriche e dei negozi, l’America del lavoro che sfrutta i bambini), non testimoniano che momenti di assenza (di significato) poiché non vi è nessun tipo di cultura che li possa giustificare, come invece avverrebbe per quei luoghi di assenza in Europa raffigurati da Giorgio De Chirico negli stessi anni in cui Hine scattava le sue prime serie di foto (1909-1914). Nelle piazze e nelle vie dechirichiane aleggiano enigmi e attese mentre nelle foto di Hine, soprattutto in una scattata a St. Louis (Missouri) il 12 maggio 1910, la situazione sarebbe molto diversa. Questa foto, che riprende tre giovinette che escono dai loro luoghi di lavoro (Salvan Medicine Factory e Seed store), coglierebbe, secondo Nemerov, un momento che avrebbe in sé tutto il peso della fatalità: sei giorni dopo, la cometa di Halley avrebbe raggiunto il punto più vicino alla terra e nel caso ci fosse stata una collisione, la foto di Hine avrebbe reso chiaro che la cometa avrebbe trovato veramente poco da distruggere: una quotidianità consumata, patetica e corrotta, ad eccezione di quelle tre figure femminili.

Per dimostrare che, nonostante tutto, quell’assenza di significato presente nelle foto di Lewis Hine era in fondo un significato di qualche sorta, Nemerov ha chiesto a un fotografo contemporaneo, Jason Francisco, di andare sui luoghi frequentati da Hine. Qui, sebbene Francisco abbia usato foto a colori e tentato di riprodurre la tecnica di Hine (alcuni particolari a fuoco, tutto il resto lasciato sfuocato), le immagini contemporanee testimoniano dell’effettiva “assenza dell’assenza”, poiché quell’anima che il “Soulmaker” era stato capace di attribuire ai suoi personaggi, è scomparsa per sempre.

Nemerov e Hine considerano le immagini in modi diversi: il primo costruisce con e su di esse una narrazione esplicita, mentre il secondo “sospende” ogni possibilità di narrazione in modo che l’immagine, priva di parole, possa arrivare a toccare i livelli più profondi della nostra sensibilità.
Ciò che li accomuna è la loro tendenza a farci vedere al di là dell’immagine. Le foto preferite da Nemerov sono quelle pubblicate in copertina e sul retro. La prima è il primo piano di una bambina che lavorava nella fabbrica di cotone Whitnel, North Carolina. Il suo nome era Cora Lee Griffin e nel 1908, la data della foto, aveva 12 anni. L’ultima è la stessa fabbrica vista di notte, completamente illuminata per indicare, secondo Nemerov, il lavoro incessante ma anche l’energia necessaria a un artista per condurre un’effettiva critica sociale. Tra le due foto (di Cora e della “sua” fabbrica”) l’autore colloca tante altre immagini di bambini: al lavoro ( in fabbriche di tessuti o di macchine da cucire, in miniere, impiegati nella vendita di giornali o di cesti), in momenti di pausa (mentre vanno a mangiare o, segretamente, a fumare) e, anche, di alcuni mutilati a causa di incidenti sul lavoro.

Le immagini che resero famoso Hine, tuttavia, sono quelle dedicate alla costruzione dell’Empire State Building a New York (Men at Work, ca. 1931). Nonostante la spettacolarità delle foto, Nemerov predilige la precedente serie fotografica. Entrambe le serie si basano sul concetto di tempo (una progressione verticale per la costruzione del grattacielo, una orizzontale per i lavori condotti dai bambini), ma è con la seconda che Nemerov vuole concludere il suo viaggio nell’America del passato avvicinando le luci di quella fabbrica tessile del dicembre 1908 con il fuoco interno di Hine, un paragone forse un po’ forzato ma che può risultare alla fine utile per spiegare come la fervida attività sociale del fotografo americano sia rimasta senza seguito. A meno che non si accetti la proposta di Nemerov di sostituire le immagini con le parole.

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