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L’invenzione dell’arte. Una storia culturale – Larry Shiner

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Larry Shiner, nel suo L’invenzione dell’arte. Una storia culturale (Einaudi, 2010) ha affrontato un tema tanto controverso quanto affascinante. Non a caso una delle parole-chiave del volume è ‘sistema’ e non a caso il principale testo di riferimento, presente anche quando non citato, è “Il moderno sistema delle arti” di Paul Oskar Kristeller (1951), un tempo molto letto anche in Italia. Nonostante questo, Kristeller è criticato per non aver sostenuto il suo ragionamento con prove concrete, come i cambiamenti delle istituzioni e delle pratiche sociali.  a questa mancanza che il libro di Shiner intende ovviare, anche se un lettore attento potrebbe subito chiedersi su che cosa effettivamente sia incentrato il libro: sulla sociologia dell’arte o sull’estetica? Per Shiner il grande cambiamento nelle relazioni tra artista, istituzioni e pubblico è avvenuto quando, nel ‘lungo Settecento’ (1680-1830), si è gradatamente imposta in Europa l’Estetica in connessione con l’affermazione del mercato, spodestando la produzione su committenza.  curioso come Shiner declini l’Estetica settecentesca: in Hogarth sarebbe edonistica (un ossimoro!), in Rousseau legata alla festa, e nella Wollstonecraft connessa alla giustizia sociale. Le pagine più coinvolgenti (proprio perché l’autore si sente molto coinvolto) riguardano il conflitto tra distruggere e conservare opere d’arte legate all’ancien régime nel corso della Rivoluzione francese, risolto con l’istituzione del Museo del Louvre: neutralizzando significati indesiderati, esso funzionava come strumento di educazione civica. L’intento chiarificatore (se non didascalico) di Shiner si riconosce nel voler determinare le tendenze dominanti in certi periodi storici, avvalendosi di ‘distinzioni’ o meglio ‘contrapposizioni’, risultanti dal confronto tra il concetto di arte e i diversi fattori esterni con cui essa sarebbe in relazione. Così, fin troppo naturalmente, arriviamo a riconoscere tre principali periodi. Nel primo (arte antica) la distinzione sarebbe tra arte e natura; nel secondo (settecento) tra arte e artigianato e nel terzo (quello del modernismo) tra il piacere disinteressato prodotto dalle ‘belle arti’ (estetica) e quello ordinario, prodotto da oggetti funzionali. Forse per eccesso di chiarezza, soprattutto nel secondo periodo, Shiner contrappone in modo troppo drastico termini molto più collegati tra loro di quanto la ‘divulgazione culturale’ ammetterebbe: da una parte imitazione, invenzione e immaginazione riproduttiva, dall’altra originalità, creazione e immaginazione creativa. Per quanto riguarda il terzo momento Shiner rende più esplicite le sue personali preferenze: non un’arte per esteti ma un’arte per l’umanità, definendo così il bohemien e il dandy come manifestazioni pittoresche del moderno sistema dell’arte, non componenti strutturali. Se per Shiner ‘il moderno sistema dell’arte’ può essere compreso solo se si considerano in modo unitario le idee e le istituzioni delle belle arti, dell’artista e dell’opera d’arte insieme con i concetti e le pratiche dell’estetica, come possiamo comprendere quello contemporaneo, ammesso che sia ancora un ‘sistema’? Per Shiner la nostra debolezza più grande è di non rispettare le divisioni che si sono formate storicamente, o almeno di non considerarle come temi di riflessione; riunire arte e vita, a suo parere, è incongruo, come dimenticare che la categoria di belle arti è una costruzione storica recente che potrà anche scomparire, quando verrà il suo turno.
(Loretta Vandi)

Il libro è disponibile qui: L’invenzione dell’arte. Una storia culturale