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L’Arte contemporanea è ancora reattiva?

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Betty-Bee,Cristo-nero,2006,stampa C print su D-bond ed 3/3 più 1AP cm100x70La prima risposta è un secco no. Molta dell’arte contemporanea- se non addirittura la maggior parte- è assolutamente autoreferenziale e spesso avulsa da quotidiano e società. Da almeno un quarantennio mancano i “movimenti”, la coesione degli artisti intorno ad un’idea. Viviamo indubbiamente tempi cupi anche nell’arte: le coscienze paiono addormentate e le voci sopite. I sogni parlano di ricordi e non di futuro. Nessuna “visione”. Manca il coraggio di guardare, manca il coraggio di parlare. L’Artista – che sia scrittore, attore, musicista, pittore- può ancora essere la voce di tutti? Eppure il valore civile fondante dell’arte è essenziale e connaturato per taluni versi all’opera d’arte stessa, anche laddove il pensiero non riesca a coglierne nel contenuto riferimenti immediati. In una società che non ha tempo, che non guarda, impegnata nelle miserie di ogni giorno senza riuscire ad alzare la testa, che basa sullo scambio e non sulla solidarietà il proprio tessuto sociale dovrebbe essere l’artista a guardare e a parlare per noi. Dovrebbe. Esiste una parola “antica” che bene indica il dovere civico del poeta, una sua ispirazione quasi profetica nello svolgere il compito di guida della comunità: vate. Allora quando l’Artista ha perso la propria coscienza civile? In questa mia breve analisi intendo considerare un periodo particolare della storia dell’arte italiana, quello della ricostruzione, dove dialettica, entusiasmo e voglia di costruire hanno inciso in maniera forte su un’estetica che è ancora tutto sommato quella di riferimento.

Nell’immediato dopoguerra artisti e intellettuali si posero infatti necessariamente il problema della ricostruzione dell’identità nazionale. Il ventennio fascista aveva strutturato pesantemente una nuova estetica: il dibattito sull’arte assunse dunque un ruolo fondamentale e fondante, simbolico persino della volontà di rinnovamento. A questo ruolo concorsero a livello dialettico figure insuperate. Lionello Venturi torna nel 1945 dall’esilio, a cui il rifiuto di firmare il giuramento al fascismo lo aveva costretto, e riprende a Roma la Cattedra di Storia dell’arte e la militanza critica.

Sono gli anni di Ragghianti, Longhi, Arcangeli. Anche a livello “funzionale” l’opera d’arte diviene centrale. Nell’impegno infatti di ricostruzione oltre che a scuole e ad ospedali si pensa ai musei, con il preciso compito di riformare il gusto e di diffondere la conoscenza dell’arte straniera. A Roma sotto la guida di Palma Bucarelli riapre la Galleria Nazionale d’Arte Moderna. A Milano viene ricostruita Brera, Carlo Scarpa riallestisce le Gallerie dell’Accademia di Venezia e lavora dal 1948 agli allestimenti della Biennale. Ignazio Gardella nel 1949 progetta a Milano il PAC e Franco Albini lavora su Genova ad altri progetti museologici. Fu un periodo difficile e fervido, cui dovremmo probabilmente guardare con rinnovata attenzione. Chi oggi pensa davvero ai Musei? Chi li offre perché possano adempiere alla propria funzione di educazione democratica? Sono forse essi invece merce politica di scambio, opportunità di appalti? Con quale responsabilità civile vengono riempiti di contenuti, foss’anche solo per educare al bello? Aprire le menti al bello non può che portare l’azione verso il buono. E mentre oggi La Biennale di Venezia in alcuni padiglioni offre scandalo non di contenuti ma per i meccanismi con cui sono stati “riempiti”, la Biennale del 1948 segnò l’esigenza strutturata di un rinnovamento di valori. Tra le varie sale infatti anche quella del Fronte Nuovo delle Arti e il rifiuto di un’estetica definita e vincolante, nel rispetto delle singole individualità dei suoi componenti. Alla base comune la responsabilità di carattere etico nei confronti dell’arte e della storia. Senza addentrarci in informazioni storiche più dettagliate, peraltro reperibili su qualunque manuale di storia dell’arte, è questo senso di responsabilità che ci interessa, a tratti perduto eppure ripreso nei periodi di crisi con rinnovata speranza e consapevolezza civile dell’Estetica e dell’Arte. Pur non condividendone lo schieramento ideologico il mio pensiero corre ad esempio a Marcuse e a come vent’anni dopo gli accadimenti che narriamo la sua interpretazione estetico-sociologica del neo-marxismo del Novecento identifichi proprio nell’arte uno strumento di denuncia sociale e di emancipazione: “Nel rapporto con la realtà della vita quotidiana, l’alta cultura del passato era molte cose – opposizione e ornamento, grido e rassegnazione. Ma era anche una prefigurazione del regno della libertà, il rifiuto di comportarsi in un dato modo”.  (H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, 1991). Inoltre i concetti di bellezza e di libertà racchiudono anche tutta la bellezza e tutta la libertà  non ancora realizzate. Grazie a questa impostazione Marcuse assegna una funzione fondamentale all’immaginazione, capace di vedere un oggetto anche se non è presente…e l’immaginazione al potere diventerà parola d’ordine della rivolta degli studenti. Cosa potrebbe succedere ancora oggi se gli artisti immaginassero e qualcuno raccogliesse la loro visione?

Qualche considerazione infine sulla categoria della sedicente critica d’arte. E’ un termine da cui più che posso rifuggo, preferendo la voce dello scrittore, qualora sia in grado di restituire all’opera la libertà di parlare da sé. Purtroppo nella maggior parte dei casi il critico ha abdicato alla possibilità di scegliere, di adempiere al suo ruolo militante, scegliendo ciò che per lui è bello davvero. Ha rinunciato per soldi al privilegio di selezionare, di affiancare l’artista, di sorreggerlo in un cammino spesso difficile, di impedirgli di cedere al mercimonio, alla prostituzione più becera della sua anima vendendo non solo l’opera (questo sta nella natura delle cose) che ne è la fisica estensione, ma facendo commercio di spazi espositivi e opportunità. Avreste sicuramente schifo di un medico che vendesse un posto letto in ospedale. Ecco: è lo stesso. Meccanismi clientelari e mafiosi fanno ormai parte anche del sistema dell’Arte. E forse per la miopia di chi è contemporaneo non riusciamo oggi ad intravedere consapevolezze nuove, stilemi diversi, outsider pronti a rischiare. Eppure sicuramente da qualche parte, qualche artista produce e parla, solo. E questo oggi è il primo modo di essere reattivi…

Raffaella A. Caruso