A volte capita… Capita che l’arte contemporanea sia comprensibile,colorata, bella e tocchi il cuore. A volte capita che io provi imbarazzo e addirittura pudore a scrivere di qualche artista, perché prima dell’artista ho conosciuto l’uomo, i suoi valori, il maestro che ha formato con la sua passione nuove generazioni di artisti. E così capita che io abbia difficoltà a concentrarmi sui valori formali delle opere esposte, inevitabilmente coinvolta da quelli emozionali. A volta capita pure che opere così vive e che parlano la lingua libera e spesso spregiudicata del contemporaneo, affondino saldamente le proprie radici nella storia… Più o meno tra la fine del 1983 e l’inizio del 1984, il gallerista milanese Luciano Inga Pin, con l’aiuto di Renato Barilli e di Francesca Alinovi, radunò attorno alla galleria Diagramma un gruppo di giovani artisti che raccoglievano l’eredità di Balla e Depero, mutuando dal manifesto Ricostruzione futurista dell’universo del 1915 l’intento di contaminazione dell’arte con moda, la pubblicità, l’arredamento e l’architettura. I Nuovi futuristi avvertivano forte la necessità di ripensare la società, di ridisegnare le città con il colore, attingendo al lato immaginifico e ludico dell’arte, liberandosi dei canoni tradizionali, guardando nuovamente alla pubblicità, alla civiltà dei consumi, ai mass media, ma con l’uso di nuovi materiali, allegri colorati divertenti, frutto della velocità della civiltà industriale. D’altronde sappiamo ormai tutti che il Futurismo fu un pop ante litteram: la commistione dei generi, il libero uso dei materiali, ma soprattutto la velocità (percepita dal futurismo come velocità meccanica e dal Pop come veloce e poliedrico uso dei media e come rielaborazione simultanea dei linguaggi in una sorta di esperanto anti-Babele) sono la struttura semantica di tanti nuovi linguaggi. Tra i Nuovi Futuristi c’era un giovanissimo Dario Brevi. In una società ormai globale che veniva investita da una seconda ondata di benessere, quella dell’edonismo reaganiano, in una Milano che creava nuovi bisogni e nuovi riti, la “Milano da bere”, Dario Brevi non dimentica mai però che la ricchezza viene non dalla omologazione, ma dalla diversità. I suoi quadri-scultura in MDF (Medium Density Fireboard) sono ben lontani dagli stereotipi della civiltà dei consumi, rappresentano piuttosto un monito, un richiamo all’intelligenza pratica -tutta italiana- del saper fare, la stessa che ha permesso a Leonardo di progettare i Navigli e ugualmente di nascondere nel sorriso di una donna l’universo. Così nell’alternanza sapiente di pieno e di vuoto Dario Brevi adotta per le sue opere la ritmica della poesia. È un tema a lui assai caro quello della poesia, non solo per l’andamento semantico delle sue opere, per apparenti non-sense che aprono invece a mondi nuovi popolati da sogni e speranze, popolati da scie di farfalle che sostituiscono i fumi dello scappamento di quei motori cari al pittore per la velocità. In alcune opere la poesia è direttamente l’argomento fondante: in Tra le righe delle foglie son scritte le storie – capitolo III ad esempio la riflessione su Prévert diviene consapevolezza politica, necessaria speranza di lavorare per costruire altro. Nonostante ci alletti quindi con il colore, Brevi è ben conscio del dolore dell’uomo, ma ugualmente consapevole della possibilità di trasformazione e riscatto. Forse è per questo che uno delle sue icone più care è ad esempio l’albero, simbolo archetipico della possibilità di scelta tra il bene e il male, verticale di congiunzione tra terra e cielo: e se radici che affondano salde nella terra parlano di fatica e sofferenza per rimanere saldi, i frutti sono però fronde rigogliose e coloratissime, piene di quel calore che aiuta a vivere.

Non tedierò il lettore con il ricco curriculum espositivo che ha visto Dario Brevi protagonista di Biennali di Venezia, di continue personali in Italia e all’estero, con l’elenco dei musei che hanno ospitato le sue creazioni (Fundaciò Joan Mirò-Barcellona, Mart-Rovereto, Olympia-Londra, Palais des Expositions- Nizza, Ginza Dai-Ichi-Tokyo, Sharjah Arts Museum-Emirati Arabi Uniti, Finish National Gallery -Helsinki, Joods Historish Museum -Amsterdam, Museo della Permanente, Palazzo delle Stelline, Palazzo Reale-Milano) o con le innumerevoli volte che ha messo l’arte al servizio della comunità per iniziative di solidarietà. Per una volta vi invito solo a guardare. Perché spesso l’amore si fa con gli occhi, in silenzio, e nel cuore “altri racconti”.