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Spaesamenti / menti spaesate

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giovanni_rossiMonteciccardo (PU) – Questa nuova mostra di Giò Ross potrebbe porre alcune domande e qualche interrogativo particolarmente a quanti hanno seguito e conoscono il suo cammino ed il suo procedere artistico. Ciò accade non solo per il fatto che sono state usate tecniche realizzative diverse (pittura, scultura, istallazioni, proiezioni, …), ma soprattutto per i progressivi mutamenti formali attraverso i quali, volutamente, l’artista ha attraversato linguaggi pseudosimbolici, pseudometafisici, lessici contaminati con elementi maggiormente figurativi o realistici, ora destrutturati, ora decontestualizzati, per giungere a forme di manomissione , di allusione, di mascheramento dell’ “oggetto reale” che tuttavia si propone con una già intriseca indicazione per lo smascheramento.
Giò Ross, con la sua preparazione artistica, con le sue conoscenze letterarie, ma soprattutto con la sua inquieta osservazione dell’uomo inserito nel suo contesto attuale, naturale e sociale, propone al possibile fruitore una riflessione, una interlocuzione attraverso il suo operare ora interrogativo, ora di denuncia, ora amaramente ironico.
Nel tempo della massima comunicazione, così almeno molti o troppi affermano, quale tipo di interrelazione e di vera comunicazione esiste oggi tra gli individui?
La Cavea è lontana; qualcuno cerca chiarezza come la maschera con binocolo, ma troppe sono le Interferenze anche se si tenta una diversa e migliore visione e ricezione facendo ricorso al Tergicristallo.
Pensando a Clistene, ad Efialte, a Pericle quella “cavea”, simbolo di relazione e partecipazione civica, risulta veramente lontana da noi; del resto sappiamo che neppure Pelasgo, signore di Argo, decide in solitudine sulla concessione di asilo alle Danaidi -decisione che potrebbe coinvolgere tutti i cittadini in una guerra-, ma rinvia la “scelta” alla città, con il voto espresso dall’assemblea, ovvero dalla volontà popolare (Eschilo, Le Supplici).
“Il cittadino ateniese trascorreva quasi tutta la giornata fuori casa, si occupava personalmente degli affari, entrava in contatto con i problemi della città, assisteva o partecipava alle assemblee, si confrontava con i propri concittadini, spesso incontrava i rappresentanti politici di persona, in un rapporto molto più diretto con la gestione della polis (la politica appunto) rispetto ad oggi. … I tempi sono maturi per la vera riforma, quella di Pericle, che sancisce il diritto di ogni cittadino, anche il meno abbiente, a fare politica … . Una politica dunque intesa come servizio reso alla polis, un servizio prestato alla comunità a costo dell’interruzione dei propri affari e ricompensato da un giusto obolo. Non una politica come affare lucroso, ma un impegno a tempo determinato, pagato come un mestiere qualsiasi, un compito portato a termine da qualsiasi cittadino… . Mi preme a questo punto una precisazione linguistica: le fonti del tempo non usano direttamente la parola demokratia per descrivere la loro costituzione, ma si servono di termini come isonomia, uguaglianza di tutti gli uomini liberi davanti alle leggi; isotimia, uguaglianza dei diritti e degli onori per tutti i cittadini; isegoria, libertà di prendere parola nelle assemblee (G. Domna, sentierierranti, 9/2012).
Sentire di appartenere ad una comunità? Sentire di essere e di esser-ci?
Non si tratta di una divagazione dalle opere messe in mostra da Giò Ross, ma eventualmente di avvicinarne il contenuto, il messaggio, il significato.
Incontriamo (ed abbiamo già incontrato) Le finestre e Le porte sulle quali vi è stato modo di dare una lettura più peculiare in occasione della mostra di Gradara. In ogni caso quelle strutture di naturale comunicazione interno -esterno ed ovviamente esterno – interno (anche interiore) che l’artista propone in maniera volutamente aberrata e con la perdita del loro proprio “senso” come elementi di assoluta chiusura per chi è dentro, “solo” nel proprio individualismo, e per chi è fuori, in totale esclusione, già implicavano entità aliene, alienate o spaesate che ora trovano corpo nei “personaggi del teatro”.
Smarrimento, perdita di senso, individualismo.
E’ stato perso l’orientamento, è stato smarrita la capacità di dare significato alle parole, di collocare riferimenti e cose secondo una scala valoriale; si scivola –quasi inconsapevoli e invitati? – verso la perdita di identità, osservando indifferenti l’affermazione della mediocrità e di un “mondo liquido”. Essere in una condizione di disagio e non avere voce per gridarla.
Nella stanza dell’ “economia esistenziale” Giò Ross pone uno Scivolo: un’attrazione, un piacevole richiamo al divertimento; ma in fondo a quel momento giocoso l’artista ha posto una Trappola. Possibile e/o necessario smascherare l’inganno?
Non sapere dove orientare la prua, comunque orientandola, o non lasciare l’approdo, attaccati a uno scoglio, non sapendo neppure se sia una minima certezza rimasta. “E’ anche per questo che cerco di dare sempre un nome, un cognome e a volte anche un soprannome agli eventi che si succedono in politica e nella società. Per dare un senso alle cose. Per situarle. Per situarmi. Anche se non è detto che tutti gli eventi abbiano un senso oppure una posizione. Ma attribuirlo aiuta. Mi aiuta: a orientarmi (I. Diamanti, Tempi strani. Un nuovo sillabario, 2012).
Nessuna comunicazione, rifiuto dell’ascolto altrui, ascolto solo, isolato, dalle cuffiette: sono altre opere, altre maschere di Ross che ben si uniscono concettualmente alle Finestre e alle Porte usate solo come chiusura e sbarramento.
Risposta individualista? Certo, ma non solo. Aldo Grasso in un suo articolo (La crisi? colpa del narcisismo, in “ Corriere della Sera /Sette”, 16 agosto 2012) a commento de L’era del narcisista (V. Cesareo, I. Vaccarini, 2012) scrive: “Il mondo sta crollando e noi non siamo pronti. La crisi … meriterebbe una grande risposta collettiva. Ma è come se fossimo in riserva: di valori, di orientamenti ideali, di coesioni sociali. Di chi la colpa principale? Del narcisista che è in noi. Non in ognuno di noi … , ma in quel noi che è la società. … Ci chiudiamo sempre di più nella nostra autoreferenzialità, confinati in un orizzonte temporale chiuso, incapaci di costruire autentiche relazioni, di pensare e agire in un’ottica progettuale. Il nostro unico sogno siamo noi stessi”.
L’io si difende? L’io pone su di sé una corazza, si chiude, si maschera?
Tutto questo ed altro esprime nelle sculture, o nelle interferenze o nel vano tentativo di far maggior chiarezza con il tergicristallo, o nello sbarramento di porte e finestre l’opera di Ross, nella speranza e nell’attesa dello smascheramento.
“Nel mito di Narciso si presta molta attenzione all’innamoramento della propria immagine e poca allo specchio, l’unica che sopravvive ancora oggi alla sventurata storia e condiziona il nostro modo di vivere … . L’effetto specchio aveva trasfigurato il soggetto in oggetto; e, contemporaneamente, trasformato il mondo degli oggetti in una estensione o in una proiezione dell’io”(A. Grasso, cit.).
Da luoghi privati, da interiorità spesso chiuse in se stesse Ross, con la sua narrazione, ci accompagna in ambiti più propriamente pubblici o che tali dovrebbero essere. Spesso l’artista ha rappresentato città (città-stato) e verrebbe naturale chiedersi in qual modo uomini e donne possano viverci, sia come individui che come comunità: in quelle città che si presentano come spazi interiori e spazi sociali ridotti a frammenti di vita sfuggenti, diffidenti, enigmatici.
L’individualista, o meglio per il nostro contesto “il narcisista è interessato soltanto a se stesso e nel contempo, quando è costretto a confrontarsi con la realtà, nella maggior parte dei casi scopre dolorosamente di non poter aspettarsi molto da se stesso perché ha scarsa fiducia nella sua capacità di rapportarsi costruttivamente al mondo e a sé ” (V.Cesareo, I. Vaccarini, cit.). E a commento di questo stesso saggio di Cesareo e Vaccarini riflessioni molto interessanti sono state poste da Isabella Villi in “Viaggio nel vuoto delle apparenze” (Conquiste del lavoro, 15/16 dicembre 2012).
Scrive l’autrice: “… il soggetto infatti non è più capace di distinguere tra i confini del mondo e i confini dell’io, giacché eliminato alla base ogni livello di alterità, tutto coincide nell’unità della sua prospettiva, che si traduce nella concezione semplificata della banalizzazione. … . Nell’assenza di profondità trionfa il culto della superficialità, dell’opacità spirituale: è quell’anonimato di cui ci parla il sociologo Marc Augé a proposito dei non luoghi, in cui il soggetto odierno risulta decentrato rispetto a se stesso; è quella liquidità che il sociologo Bauman applica alla modernità, all’amore e in generale alla vita …”.
In tutto questo tanto grave quanto continuo slittamento dall’ambito psichico a quello sociale, per tutto quello “spaesamento” di individui che abitano quei “frammenti di città”, a nulla a che vedere il Potere tradizionalmente inteso o l’intrecciarsi tra loro di Poteri diversi? Nella produzione artistica di Giò Ross opere come Incomprensione, Spam (o Rifiuto), Ciao come stai?, od altre ancora già evidenziavano l’influenza del Potere coniugato particolarmente al Potere mediatico – televisivo: reso come mezzo per eccellenza dell’inganno informativo, della proposizione di falsi modelli attraverso i quali comunque misurare la propria inadeguatezza, dell’ammicamento a costruzioni di miti fasulli o di facili successi. Ancor peggio lo stesso Potere mediatico può porre nella convinzione di una conoscenza per di più partecipata e condivisa quando per contro sono offerti solo apparenze di brandelli di realtà.
Ora non si fraintenda: non si è posta nota alcuna di profondo pessimismo; ma quasi per assurdo, se viviamo un periodo non certo esaltante per il suo vuoto, possiamo aprirci ad una speranza: “perché se il futuro appare tanto incerto, significa che non è stato scritto. E che è possibile scriverlo. Che è possibile cambiare. Che la storia nonè finita. Dopo questi strani giorni è possibile preparare giorni diversi e migliori” (I. Diamanti, cit.).
Sotto anestesia non è possibile neppure indignarsi; ma di norma dopo un’anestesia c’è un risveglio; e la denuncia di Giò Ross si traduce nell’ invito a non rimanere a lungo anestetizzati.

Apr 2013 Franco Martelli