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Preziosi Frammenti di Vita – Antonio Battistini

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SEGNI DI RICONOSCENZA

“L’arte è un sentimento, non un mestiere” così, all’età di ottantadue anni, Giovanni Fattori scriveva a Carlo Raffaelli, sentendosi ancora scolaro davanti al gran libro della natura (v. L. Giudici, 2008), pur restando chiaro che “quell’andare al vero” nasce da una poetica ben diversa da quella che ispira l’opera di Antonio Battistini.
Tuttavia, pur nella diversità di intenti e non solo in rapporto a Fattori, ma a tutti quegli artisti che, pur in tempi diversi e con diversi approcci concettuali, hanno fatto “della natura e del paesaggio” il punto focale della propria opera, interessa in questa circostanza comprendere anche in quale modo Battistini si ponga all’interno di tale dialettica culturale con la sua posizione affatto personale.
“Uscire all’aria aperta, lavorare direttamente sul motivo (per cogliere un angolo di campagna, un effetto di controluce, il bagliore del bucato steso al sole, lo scorcio di un viottolo o il pietroso greto di un fiume), assaporare la bellezza del creato in tutte le sue forme e in tutte le sue tinte, è l’esaltante esperienza di tutte le personalità del gruppo: da Signorini a Banti, da Fattori a Borrani, da Lega a Gioli” (L. Giudici, cit.).
Tornando al nostro artista, al di là della indiscutibile e raffinata conoscenza tecnica, per quanto concerne il suo ricco patrimonio poetico, sebbene numerose e autorevoli voci gli abbiano dedicato più che appropriate pagine critiche, la più chiara, semplice e nel contempo profonda dichiarazione “dei suoi intenti e del suo sentire” sembra averla esplicitata lo stesso Battistini attraverso le tante pagine scritte, attraverso le sue poesie e particolarmente in alcune righe già nel 1977. In quelle parole scritte richiamando una sua poesia vergata su un disegno del 1974, Battistini, tra l’altro, scrive: “… riassume i miei interessi artistici: l’amore verso il paesaggio, il desiderio di cogliere e di fissare gli aspetti che sempre mi incantano nelle ore tranquille del mattino, nella luce piena del mezzogiorno e nei contrasti della sera. Un desiderio di fissare sulla carta: alberi, colline, campi, valli, orizzonti nella molteplice varietà di segno e di textures. Un rapporto di elementi diversi che in armonia, l’uno accanto all’altro, si fiancheggiano quasi per difendersi: rapporto di cose messe lì come d’incanto, segno tangibile dell’amore del Padre di tutto; riconciliazione di Dio con la creazione, di Dio con l’uomo. Le paure che questi equilibri vengano rotti, distrutti; un vivo desiderio di vederli sempre. Sì, grande è la mia riconoscenza al Signore per il creato che mi circonda, per il mio essere come mi ha voluto, per il mio essere così come sono… Anche il mio disegnare è un grazie a Lui…” (A. Battistini, 1977).
Questa sorta di “manifesto artistico”, non sfuggito all’attenzione di Adriano Gattucci (1980), rende con massima nitidezza gli intenti, le finalità e lo stato d’animo con il quale Battistini si dispone nei confronti del mondo e del suo stesso operare artistico.
I disegni, le incisioni, gli acquerelli tematicamente insistono sulle campagne di Urbino, Fermignano, Barchi, Orciano, …; temi e luoghi che dall’artista sono percorsi, talvolta ripetuti, quasi indagati fino a farli interiormente propri.
Il segno, sempre puntuale e rigoroso, è talvolta infittito in cespugli e boscaglie, talvolta è diradato, lasciando liberi andamenti e spazi; costantemente studiato il taglio strutturale che frequentemente fa uso di “riprese dall’alto” il colore rende contemporaneamente forza e accoglienza. Con tale armonica sintassi Battistini non propone un “vero oggettivo” di quei luoghi, né una “rappresentazione naturalistica”, ma piuttosto intende rendere un sentire dell’animo e uno stato pressoché contemplativo. Gli stessi frequenti “spazi bianchi” sembrano divenire ambiti ideali e concreti per una riflessione interiore e per una interrogativa introspezione che vanno molto al di là della realtà sia visiva che mentale.
Non vi è mai raffigurata alcuna presenza umana a “Calpino vecchia” o tra “I ciliegi di Giulio”, né “Verso la piana” o “Verso San Michele” o a “La Pieve di San Casciano”: sembra non esserci traccia dell’uomo, di quell’uomo che tuttavia è costantemente presente con il suo stato d’animo raccolto e meditativo.

“Uno scintillio di luci
lontane e vicine
antiche e nuove
per ogni tempo e per ogni dove.
Un groviglio di segni eterni
nitidi come appena tracciati…
Un’atmosfera di stupore e di meraviglia
per un creato d’amore
voluto per noi

Sono qui seduto sotto una quercia

Tu sei lassù, sei fra gli alberi,
mi scruti dall’intreccio dei rami,
giochi con i passeri che, a pochi passi da me,
saltellano sempre più vicini

Sei nella miriade di colline e montagne
che si perdono all’orizzonte

(A.Battistini, Grazie)

In quel suo guardare una vallata dall’alto, o seduto sotto un albero ad osservare il progressivo intrecciarsi e infittirsi di un bosco, Battistini va colmando le sue opere non solo di segni e di colori, ma soprattutto, o tramite quelli, di un respiro che sa abbandonarsi davanti a quei paesaggi e a quella natura “comunque” splendida; quel semplice grandioso “dono del creato”, che apre la porta ad un sentimento limpidamente espresso dallo stesso autore: “Grazie”.
Dunque Dio non è solo negli uomini, ma anche nelle cose, nella natura, negli animali? Non proprio; quello di Battistini non è un riallacciarsi ad una delle versioni del panteismo; non a quella secondo cui tutto è un Dio tanto immanente quanto astratto, né a quella secondo la quale il mondo o la natura equivalgono a Dio.
E’ tuttavia necessario rimanere ancora brevemente all’interno delle numerose concezioni attraverso le quali scrittori, filosofi o artisti hanno teorizzato nel tempo sul tema della natura, anche se, almeno in questa sede, non appare possibile esplorare un excursus tanto vasto.
La pittura cosiddetta di “paesaggio” ha attraversato i secoli con intendimenti vari e spesso anche alquanto contrastanti tra loro. Solo considerando i tempi a noi più prossimi è da sottolineare che il primo elemento di forte rilievo risiede nel fatto che il paesaggio passa progressivamente dal ruolo di ambiente o di fondo scenico a quello di “primo attore” o “primo ed unico soggetto”. Se già nella seconda metà del secolo XVIII erano andate palesandosi forme di espressività permeate dalla volontà di dichiarare apertamente un’interiorità inquieta sempre più attenta ad esplicitare gli “stati d’animo” dell’autore , è con la fine dello stesso secolo e quindi nel successivo che, all’interno del romanticismo, da quelle basi si diffondono ampiamente correnti che pongono in stretta relazione natura e spiritualità.
In primo luogo la musica come le arti e la pittura si richiamano alla nostra profondità interiore e “sono un dono divino e consentono un rapporto diretto con la divinità”.
Questi pensieri espressi da W. H. Wackenroder nel 1797 “Sfoghi del cuore di un monaco amante dell’arte” trovarono grande accoglienza e nuova forza in particolare presso i fratelli Schlegel (circolo di Jena) i quali riaffermarono il concetto dell’artista come colui che è in grado di cogliere la poesia – ovvero il divino – come intrinsecamente presente nella natura stessa.
Tutto ciò non in tutte le sue accezioni, come già accennato, poiché alcuni artisti “romantici”, non solo per scelte individuali ma anche per tendenze culturali di aree geografiche diverse, dettero preminenza ad una percezione e riproposizione più “naturalistica” del paesaggio che progressivamente approderà a quel “vero” già inizialmente citato; altri volgeranno verso una pittura “visionaria”, così come saranno presenti coloro che porranno la propria “attenzione” principalmente agli avvenimenti storici loro contemporanei.
Tuttavia coloro che attengono in maniera propria queste righe sono ovviamente quegli artisti che non solo hanno dato priorità alla natura e al paesaggio, ma che nella natura e nel paesaggio hanno trovato la fonte di un profondo sentimento interrogativo, introspettivo e spirituale.
Un paesaggio non più classicamente inteso, ora molte volte privo di presenze umane o, ove vi siano, rappresentate come figure isolate, spesso quasi sfuggenti, che accentuano uno stato di limite, di solitudine e di forte tensione verso l'”infinito”.
I moltissimi artisti che aderiscono a tale poetica li troviamo presenti in tutti i paesi europei, come del resto, pur con le varianti già richiamate, è europeo il movimento romantico. Scrittori, teorici e artisti fanno sentire alte le loro voci dai fermenti che animano il clima culturale in Inghilterra e in Francia; tuttavia, per quanto riguarda il rapporto dialettico con quanto si sta affrontando, appare più interessante il ruolo che in quel periodo svolge la cultura in Germania.
Come affermava G.C. Argan negli scritti dei vari Tieck, Schelling, Wackenroder ed altri da Schiller a Novalis, oltre al pensiero religioso è presente l’intento di riportare in auge la storica tradizione germanica ricca di elementi mistici.
Caspar David Friedrich è l’artista che più di altri traduce in linguaggio pittorico le istanze romantiche di quella universalità dello spirito che racchiude in un unicum uomo e natura. Nelle sue opere, tutte pervase di grande spiritualità e di ansia di infinito, il divino nell’esistenza umana non è dato da rappresentazioni di eventi sacri, ma attraverso ambienti naturalistici e paesaggistici nei quali l’uomo avverte e coglie la presenza di Dio.
“Il ciclo delle ore del giorno di Hannover, il Mattino con la sua foschia sui monti e sul lago, il Mezzogiorno con la sua larga strada nella pianura, il Pomeriggio con il suo tempo raccolto colorato d’autunno, la Sera con il sorprendente tramonto che si intravede appena tra gli alberi del bosco, sembrano tutti disciogliere la loro metafora nella tradizione del paesaggio intimista … Qui, come in altri suoi cicli, non c’è cesura ma fluidità e compenetrazione tra il terreno e il divino…” (E. Di Stefano, 2001). Vi sono opere che tuttavia evidenziano con forza maggiore, pur sempre all’interno di quel sentimento assetato di infinito, una condizione di mistero, di grande solitudine dell’uomo; si pensi al Monaco in riva al mare dove la figura umana accresce lo stato di limite e di angoscia. Un sentire esistenziale che in quella fase storica non appartiene di certo soltanto a Friedrich.
Al di là dell’ovvia diversità temporale, se “il sentimento del divino nella natura” può far apparire alcune consonanze con gli intenti del nostro autore, è invece a questo punto che Battistini si contrappone con una poetica di forte contrasto e affatto personale a quella diffusamente affermata e appena considerata. Sebbene sempre compreso all’interno di una costante, profonda meditazione sul “mistero”, poiché “… tu… / mi scruti dall’intreccio dei rami, / giochi con i passeri, / che a pochi passi da me / saltellano sempre più vicini, … / ( A. Battistini, cit.), per il nostro autore non può che essere pienamente negata l’angoscia della solitudine e affermato quindi il sentimento della presenza e della vicinanza del Creatore, rigettando la possibilità dello “stato di abbandono”.
Per molte sue voci quel medioevo, per motivazioni conosciute, richiamato in molte sue parti dagli interpreti del romanticismo, non aveva invero uno sguardo così amoroso verso la natura, anche perché frequentemente osservata nella sua forza, nella sua aspra durezza, quasi temuta come un possibile pericolo incombente.
Pur in tali diffuse concezioni, una voce si leva alta la voce di San Francesco a diffondere e dilatare un senti- mento di “amore e di ringraziamento” per tutto ciò che lo circonda che altro non è che dono del Creatore.
Tutto è rintracciabile e compreso nel
Cantico delle Creature.

…..
Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bello e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose e belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
Et per aere e nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sostentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua,
la quale multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte
ed ello è bello et iocundo et robustoso e forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fior et herba.
…..

(Giovanni di Bernardone –
San Francesco d’Assisi -, Laudes Creaturarum)

” In questo contesto Francesco sviluppa un sentimento di amore e tenerezza per tutte quelle cose che potevano riflettere l’immagine di Dio … Egli infatti lodava in tutti gli elementi e le creature il loro Creatore. Né l’amore di Francesco può essere ricondotto al panteismo, evidenzia Scorrano, citando uno studio di Franco Carandini. … Successivamente … si passano in rassegna i diversi elementi della natura che suscitano in Francesco una lode a Dio: il sole …, la luna, le stelle, il vento, l’atmosfera, l’acqua, il fuoco …, e infine la madre terra. Il cantico è un immenso abbraccio in cui Francesco stringe tutto perché tutto ama come testimonianza del divino. …”. (L. Scorra- no, in E. De Giorgio, “Letture presso il Convento di San Francesco di Sava”, novembre 2009). Quello di Battistini è un messaggio forte e tenero nel contempo, ricco di quel godimento estetico che non può prescindere da un forte contenuto etico. L’avvicendarsi di toni decisi con passaggi di impalpabile leggerezza o di superfici dense di macchie con ampi spazi vuoti (che “vuoti” non sono) permettono che lo sguardo dello spettatore possa cogliere le profonde e sfumate varianti dell’animo dell’artista.
Osservando attentamente l’opera di Battistini e coniugandola con la rilettura di alcuni suoi scritti, causa l’apparente semplicità, veramente perché solo apparente, del “paesaggista” e tre lettere o meglio una preposizione (“per”), con le più che ovvie dovute diversificazioni, è tornato alla mente il Cantico di Francesco.
“Il Cantico” scriveva Gianfranco Contini “è uno di quei testi che … sembrava semplice, facile, lucido, in realtà è di una complessità straordinaria … visto da vicino e con coscienza avanzata, salta fuori la complessità della sua ricchezza adamantina; si pensa di conoscere tutto, e in realtà, andando a fondo, ci si accorge che è un testo estremamente complesso”.
Un invito: pensiamo ad un’opera di Battistini e contemporaneamente osserviamolo seduto, poggiato al tronco di una quercia mentre … il Creatore è tra gli alberi, lo scruta dall’intreccio dei rami … ; Battistini sta disegnando una vallata? Sta riprendendo un paesaggio che ha davanti a sé? E’ possibile all’osservatore entrare tra le pieghe di quei suoi pensieri, tra le domande e le riflessioni della sua mente, tra le sfumature dei suoi sentimenti? Quanto possibile? Eppure necessario, poiché lì sta l’universalità di una sua vallata o di un suo viottolo , lì risiede il messaggio valoriale di un suo disegno, di una sua incisione.
Si è detto che sembra di aver subito compreso tutto e solo successivamente si scopre la profondità e la complessità del Cantico.
“San Francesco poteva non essere un teologo profondo, ma questa sua breve produzione poetica dimostra un’intelligenza e una preparazione letteraria raffinate e anche una preparazione e attitudine filosofica di altissima qualità. … Nella tradizione filosofica classica si comincia attraverso un moto discendente, si parte dall’alto e poi si scende pian piano. E qui si comincia a parlare del sole. … dal sole si scende a tutti gli astri, non solo: la discesa avviene attraverso i quattro elementi fondamentali della struttura tradizionale dell’universo: prima si comincia con l’aria, poi l’acqua, poi si arriva al fuoco e poi alla terra. Sono i quattro elementi fondamenta- li che sin dalla filosofia presocratica e aristotelica costituivano la struttura dell’universo. … laudato sii mi Signore per sora nostra madre terra … In tale contesto il punto chiave di difficilissima interpretazione, e spiegato in modo diverso dai commentatori e dai critici, è il –PER-. Cosa vuol dire PER? … “.
Anche con il conforto di autorevoli fonti francescane “… PER è un complemento di mezzo, cioè – noi o Signore ti lodiamo per mezzo delle tue creature, attraverso le tue creature, per il tramite di quelle cose che Tu hai creato e ti sono care –” (da C. Carena, Il Cantico di Francesco nella letteratura).
Non si vuol porre in essere né un confronto, né una stretta connessione tra il Cantico di San Francesco e l’opera di Battistini. Tuttavia rendere con semplicità ciò che è profondo, complesso e di alto valore etico-morale; rendere grazie al Creatore attraverso il dono del creato all’interno del quale l’uomo si muove con la possibilità di vivere la vicinanza dello stesso Creatore: questi, almeno, sono due punti di forte convergenza nel comune sentimento di gratitudine.
Diverse le stagioni, diverse le ore del giorno, nelle opere di Battistini eguali restano l’amore per quei luoghi e la meticolosa cura per quell’armonia e per quegli equilibri che mai devono essere infranti. Quei boschi o quelle valli, quei campi o quei viottoli, pur vissuti e rivissuti, non temono ripetitività alcuna; sempre lontano da qualsiasi tentazione “naturalistica”, Battistini cerca di cogliere l’essenza di quella realtà, ovvero di un “dono”, sempre meditativo ma attento a non ferirne minimamente il mistero.

Franco Martelli