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L’enigma nel quotidiano

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L’opera di Giò Ross chiede allo spettatore un buon grado di attenzione; le alterne concezioni spaziali, le strutture formali distanti tra loro, le diverse tecniche di realizzazione non risultano mai dissonanti, ma esprimono al contrario una unitarietà di ricerca e una riflessione di pensiero sempre coerente all’interno di una evoluzione in divenire spontanea e naturale. E’ un “viaggio” lungo e variegato nel quale la realtà, quella dell’opera, coniuga immaginazione e spaesamento, atemporalità e storicità, simbologia e attualità oltre ogni omologazione.
Il percorso dell’artista può essere letto e analizzato secondo ambiti cronologici o per varianti tematiche o estetiche. Tuttavia una tale lettura, sebbene non possa che risultare puntuale e corretta, espone al rischio di perdere di vista o di sottrarre il fondamentale carattere della continuità di indagine all’interno della quale forme, colori e temi, pur diversamente affrontati, altro non sono che strumenti espressivi di volta in volta più sottilmente aderenti all’esplicazione e all’affinamento della stessa poetica.
Sin dai primi anni, all’interno del suo stesso ambito, Giò Ross respira un’atmosfera favorevole alla curiosità e agli stimoli nei confronti della cultura e delle arti visive, anche e non solo per trovarsi naturalmente a contatto con personaggi quali Enzo Gualazzi e Salvatore Fiume entrambi suoi zii. Dopo aver frequentato l’Istituto d’arte – Scuola del Libro di Urbino nella sezione di tecniche incisorie – si trasferisce a Bologna dove conclude gli studi universitari presso il DAMS.
Se, al di là dell’ambiente familiare, negli anni trascorsi presso l’Istituto urbinate egli aveva già avuto modo di osservare, di riflettere e di filtrare l’opera dei grandi “maestri” che in quella “Scuola” avevano lasciato tracce indelebili, dopo gli anni bolognesi Giò Ross coniuga un percorso tematico ed una sintassi strutturale tali da consegnargli autonomia e riconoscibilità linguistiche.
Interrogare e interrogarsi davanti all’insufficiente risposta se non all’inganno del “vero apparente”.
La lettura di una qualsivoglia realtà non può essere ricondotta ad una definizione formale, poiché ogni elemento di realtà, oggettuale o no che sia, necessita la capacità di andare oltre il visibile, ovvero al di là dell’apparenza. Di conseguenza le forme inserite in uno spazio non possono che “essere” strutture “trasfigurate”, visioni “non naturalistiche” quanto più rispondenti al dubbio, al tentativo di acquisire un frammento di realtà che, seppur raggiunto, non fa altro che evocare nuovi interrogativi che spingono verso risposte che pongono, a loro volta, sempre nuove domande. Ovvero ogni elemento è di per se stesso interrogativo e contemporaneamente un “gioco” di un costante ininterrotto “rinvio” tanto contestuale quanto temporale, in grado però di ricondurre cose, vicende o uomini del presente o del passato all’interno di una coscienza storica che non è verità data, ma tensione proiettiva al “vero”.

“Il cammino verso la forma, il cui itinerario deve essere dettato da qualche necessità interna o esterna, prevale sul fine da conseguire, sulla fine del percorso. Il cammino è essenziale, esso determina il carattere dell’opera. La formazione determina e struttura la forma. Niente nell’opera e tanto meno la forma può considerarsi risultato finito, conclusione. Bisogna individuarla come genesi, come movimento” (P. Klee).
Come la “figura” emerge e si dissolve all’interno di una scena mai riferita né riferibile ad un’età storica esclusivamente individuabile, così anche il colore, che nel dilatarsi del tempo si trasforma nel “presente continuo”, assume un ruolo simbolico che “attraversa e fa convivere” epoche storiche diverse tra loro.
Quel colore che altrove può connotare un’età preistorica o pompeiana, bizantina o rinascimentale, qui si risolve in una “vaghezza” che permette al ricordo, alla memoria e allo stato d’animo di ricongiungere quelle labili tacce trascorse, quasi fossero l’insieme di punti di una retta temporale, ai nostri altrettanto labili giorni. E’ il colore della sensazione e dell’ascolto; è il raggiungimento di una realtà immateriale che torna materialmente ad “essere” dal momento in cui è stata penetrata, assimilata interiormente e solo allora divenuta colore dell’ “anima”. Anche il colore come la forma supera la mera visibilità; è il colore dell’estrinsecazione emozionale e psicologica che si palesa e si rende evanescente, che non dà luce poiché è luce ed è materia. “Il colore mi tiene, non ho bisogno di andarlo a cercare. Mi tiene per sempre. Lo so. … Io e il colore siamo una cosa sola” (P. Klee).

La serie dei cosiddetti “timidi”, primo grande tema posto in essere dall’artista, non resta chiusa o relegata ad una importante fase iniziale, poiché, pur in proposizioni diverse, quei “timidi” personaggi torneranno presenti nel mondo anche in anni successivi.
L’allusione e il simbolo, le dislocazioni pseudometafisiche, la realtà onirica e l’ironia velata sono presenze “ingombranti e costanti”, quasi un’obbligatorietà di confronto, sia che in luogo dei “timidi” si trovino i “cd rom”, le “città silenti o bombardate”, le “ispezioni postali o le manomissioni”, la “sfinge” o le “interferenze”, la “diretta TV” o i “corpi della scrittura”, o le più recenti “finestre”, o “silenzio”, o “impressione luna interferente”, o altre ancora.

L’opera di Giò Ross invita a riflettere, a procedere “dubbiosi”, ad essere coinvolti in un cammino di apparente estraniamento nel quale i dolmen ed il televisore, l’aura dell’affresco e quella del graffito, la sfinge e il cd rom vengono incontro in una stessa via ed in uno stesso tempo circolare, dove ogni elemento, apparentemente proprio del passato o del presente, si fa struttura dialogante in quel gioco intrigante ed enigmatico di continuo reciproco rinvio.
Particolarmente nella cultura occidentale è prevalente la corrente del dar voce al linguaggio sia mitologico che simbolico, risolvendoli in significati e segni, in modo tale da decodificare (e quindi ricodificare) una delle voci dell’ “anima”, in buona misura preferendo quella “filosofica” a quella “orfica”. Entrambe le valenze sono espresse già in Platone; tuttavia mentre quella “filosofica” riconduce all’affermazione di un processo razionale, quella “orfica” mostra tutta la precarietà della ragione e lascia che l’irrazionalità e l’enigma spezzino e dissolvano il “paesaggio” di un ordine stabilizzato e rassicurante.

Al contrario “l’Oriente s’è tenuto lontano da questa fredda povertà percorrendo la strada della moltiplicazione dei sensi e dei rinvii che Maya, la magia primordiale, espande e dissolve nel vortice metamorfico di un Assoluto che si nasconde e si svela nella moltitudine infinita delle forme… Come la danza di Siva, ogni gesto cancella il precedente per avviare il nuovo, in quel dissolvimento della forma statica a cui invece l’Occidente ha ancorato se stesso e la determinazione del proprio linguaggio” (U. Galimberti, I paesaggi dell’anima).
Non volendo indurre a fraintendimenti o a quelle che potrebbero apparire devianti forzature, è forse opportuno chiarire che, con determinate e, in questa sede, purtroppo rapide riflessioni, non si vuole spostare d’un tratto l’asse dell’opera di Giò Ross all’interno di filosofie orientali. Si vuole comunque sottolineare come, proprio per concetti fondanti già fortemente presenti in riferimenti culturali occidentali – quali il pensiero di Platone – l’opera dell’artista renda palesi le caratteristiche dell’apertura all’enigma, alla profondità del mondo onirico, allo sguardo talvolta inquietante dei suoi personaggi e a quell’ininterrotto “gioco” domanda – risposta – domanda che di certo la collocano all’esterno dei recinti delle “illusorie certezze razionali”.
Se viene riposta l’attenzione ai cosiddetti “timidi”, un interlocutore, dialogante con loro e con se stesso, scoprirà presto che quei personaggi, piuttosto che una timidezza tradizionalmente intesa, palesano uno sguardo attento, talvolta anche un po’ ironico, ma più ancora curioso e critico. Non sono, non soltanto almeno, ritirati o nascosti tra gli anfratti rocciosi o tra i dolmen, ma si muovono, viaggiano per mare e per terra – su treni le cui ruote non sono che cd rom – abitano il tessuto urbano, sono spettatori e attori della TV, sono presenti nelle Ispezioni postali in una diversità ambientale e in una continuità spazio-temporale che sono poi le stesse che fanno dei cd-rom onde marine solcate da mitici cavalli-corrieri postali.

E’ il conversare, il fluire senza posa tra la realtà vissuta e lo spaesamento simbolico, tra il razionale e l’onirico, tra il tempo cosmico e l’ “io qui e oggi, ogni giorno oggi”. Giò Ross agisce consentendo alla vita di aprirsi allo stupore con la piena coscienza che ogni opera e ancor più ogni forma non possono mai essere un risultato concluso, ma genesi e movimento ( P. Klee, cit.).
Le opere più recenti, solo alcune delle quali vengono presentate in questa circostanza, confermano una ricerca che comporta scelte linguistiche rigorose e puntuali, tali da non permettere fluttuazioni semantiche tra due poli necessariamente distinti: quello del segno e quello del simbolo, ponendosi evidentemente dalla parte di quest’ultimo.
A mio modo di vedere il concetto di simbolo va rigorosamente distinto dal concetto di mero segno. Significato simbolico e significato semiotico sono cose completamente diverse” (C.G. Jung, 1921).
Si pone qui, senza alcuna equivoca possibilità, la netta separazione tra ciò che è noto e ciò che di per se stesso è ignoto. Se il messaggio simbolico viene espresso e reso conosciuto per mezzo di concetti “convenzionali” cessa di appartenere alla sua stessa natura, ovvero cessa di essere simbolo.
“Il simbolo contiene quindi un’eccedenza di senso rispetto al senso conosciuto; la sua forza simbolica dura finché dura questa eccedenza che interrompe la continuità del dire, l’ordine del discorso. Questo è esattamente ciò che il linguaggio della ragione non sopporta, è il suo sovrappiù che, intervenendo, interrompe e fa la differenza, dia-ferenza, porta fuori il discorso verso itinerari di fuga che l’intelletto non riesce a controllare…Tra il simbolo e il sistema della ragione non c’è dualismo, ma se mai una dissoluzione di tutto ciò che prevede di porsi come unico, come esemplare, come subordinante la ricchezza del molteplice (U. Galimberti, La terra senza il male).

La consuetudine con l’operare di Giò Ross comporta la volontà di misurarsi con ripetute cesure all’interno della logica apparentemente solida del “discorso conosciuto” e la consapevolezza di confrontarsi con un “senso” diverso da quello da sempre pre-disposto e ri-proposto.
Le opere più recenti, cui è stato fatto cenno, Sul silenzio, Finestra, Impressione luna interferente, od altre, non solo sono in evidente continuità poetica con le precedenti, ma, ove possibile, ribadiscono ancor più quella sfera ignota ed enigmatica che irrompe nell’ordine volutamente precostruito, aprendo una via alla rottura della stabilità del “modello”.
E’ impossibile pensare di affrontare il tema del silenzio o di aprire … quello della finestra senza sapere di immettersi nella necessità di un piccolo trattato! Tuttavia “il problema della finestra dette origine alla Condition humaine. Collocai davanti alla finestra vista dall’interno di una camera un quadro che rappresentava esattamente la parte di paesaggio ricoperta dal quadro… Per lo spettatore l’albero si trovava a un tempo all’interno della camera sul quadro e fuori nel paesaggio reale. Quest’ esistenza a un tempo in due spazi diversi è simile all’esistenza, a un tempo, nel passato e nel presente, di un momento identico, come avviene nel falso riconoscimento…Quanto al mistero, all’enigma rappresentato dai miei quadri, dirò che era questa la prova migliore della mia rottura con l’insieme delle assurde abitudini mentali che sostituiscono generalmente un sentimento autentico dell’esistenza…(R. Magritte, 1938).

Come è stato già puntualizzato che fondamentali scelte “linguistico-pittoriche” non pongono la poetica di Ross entro filosofie orientali, ma piuttosto incrinano fortemente “logiche strutturali” dell’occidente, così non viene posto ora un collegamento sic et simpliciter con il surrealismo, ammesso che Magritte sia stato un surrealista ortodosso!
Considerata la ricchezza di pensiero presente nell’opera di Giò Ross sarebbe opportuno non solo “vagare”, ma anche approfondire altre tematiche solo accennate o più sottili particolarità non di certo dimenticate.
Si pensino i numerosi riferimenti ai linguaggi legati alle nuove tecnologie, alla tecnica che “non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità…“, ma che tuttavia impone “di rivedere i concetti di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia di cui si nutriva l’età pre-tecnologica…” (U. Galimberti, Psiche e techne).
Ovvero si pensi alla presenza delle “TV” sulle quali l’artista interviene con l’atto pittorico, ma che tuttavia, attraverso quel “Saggio” in “Diretta TV”, potrebbero condurre a varie considerazioni sull’obnubilamento delle coscienze (G. Orwell, 1984) o oltre, fino “all’informazione totale dove più nulla informa” (J. Baudrillard, Il delitto perfetto).
Resta tuttavia necessitante richiamare ancora una volta, anche se sempre con brevità, la disposizione dell’artista verso quella realtà del quotidiano che non evade, ma traspone e riunifica non solo nel mito e nel simbolo, ma, anche nel ricordo e nel sogno.
Antonio Stanca ha scritto che Federico Fellini…reso accorto di ciò che ormai era stato sottratto all’uomo, alla sua autenticità… tende ad evadere, a fuggire nel ricordo, nel sogno, nella fantasia senza trascurare la possibilità di un confronto tra passato e presente…Succede così di assistere, soprattutto negli ultimi film, a delle strane atmosfere nelle quali si muovono strani tipi. Sono atmosfere evanescenti, indistinte che riflettono la vaghezza, l’indeterminazione dell’animo del protagonista-autore, la sua interiorità complessa e contraddittoria…E’ un continuo procedere senza meta, un eterno vagare tra sogno e realtà…“.
…(giornalista:) L’uomo è arrivato sulla luna, è andato da lei, ma non era mai accaduto che fosse la luna a venire da noi…
…(Ivo:) eppure io credo che se ci fosse un po’ di silenzio, se tutti facessero un po’ di silenzio…forse qualcosa potremmo capire!
…e si dirige verso il pozzo. Una volta raggiunto si piega sull’imboccatura per ascoltare le voci!
(F. Fellini, La voce della luna, sceneg. desunta di A. Luppi).
Forse Impressione luna interferente?