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Fabio Bertoni

Franco Martelli in Dalla Traccia al Segno. Incisori del Novecento dalle Marche, a cura di Silvia Cuppini, Roma, De Luca, 1994, pp 192-202.

1983
Fabio Bertoni, Fermignano 1942 - Pesaro 1994
Fabio Bertoni, Fermignano 1942 – Pesaro 1994

Bertoni si è formato in quell’Istituto d’Arte di Urbino, più storicamente noto come “Scuola del Libro”, che sin dall’inizio ha conosciuto la presenza di maestri quali Terzi, di Giorgio, Delitala, Carnevali, Castellani, solo per citarne alcuni, e che da decenni occupa un ruolo rilevante ed originale nella produzione artistica nazionale. Successivamente Bertoni trascorre un periodo a Roma, dove lavora presso la stamperia calcografica 2RC e dove viene a contatto con personaggi quali Fontana, Capogrossi, Consagra e Perilli. Assistente alla cattedra di tecniche incisorie all’Accademia di Belle Arti di Catania prima e successivamente di quella di L’Aquila, Bertoni fa ritorno ad Urbino all’inizio degli anni ottanta. Incisore, pittore, scultore, Bertoni definisce la propria opera attraverso la grande energia espressa dal segno che assurge a ruolo primario della struttura compositiva e della sintassi linguistica. Rivolta a Bertoni, Silvia Cuppini (1994) scrive: “La tua pittura e l’incisione sono come lo sguardo della medusa, che incantava chi la fissava. Fra te e la tua opera non c’è nessuna soluzione di continuità, non certo alla maniera degli astratto espressionisti che vuotavano sulla tela, anzi dentro la tela, il proprio inconscio, giungendo al magma e alla casualità del gesto, ma nella tenuta della forma… L’opera, per te, è vivente e nessuno forse, se non tu stesso, può valutare così profondamente il senso dell’altezza e dalla profondità di quella superficie dipinta, di quella carta in parte annerita, di quella scultura che esige la tridimensionalità”.
Nell’opera di Bertoni, la grande proprietà tecnica, che rende il fruitore immediatamente consapevole di essere di fronte alla “incisione” storicamente intesa, è messa al servizio e quasi messa in ombra dalla ricchezza contenutistica della poetica. Il diedro, lo specchio, l’autostrada, gli spazi contenuti e travalicati della tela e della lastra, la pazzia, i personaggi degli incontri letterari sono tutti frammenti di quello stesso universo “bertoniano”, metaforicamente riconducibile al grande tema del “viaggio”. Il simbolismo del viaggio è particolarmente ricco e riconduce, di volta in volta, alla ricerca della pace, della verità, della spiritualità, o, più strettamente in connessione con l’opera di Bertoni, della conoscenza.

I viaggi di Ulisse, di Enea o di Dante, la traversata del deserto o del Mar Rosso, il cammino dentro se stessi esprimono contemporaneamente un bisogno di ricerca interiore e di nuove esperienze, quasi l’insopprimibile necessità di misurare e di afferrare il significato del rapporto “io” – mondo. Il “viaggio” è, nelle affermazioni junghiane, la spinta dell’insoddisfazione verso orizzonti sempre più nuovi, è l’aspirazione della ricerca del “vero” all’interno del “doppio” e delle origini all’interno della mistificazione.
L’opera di Bertoni ha sempre origine da un diretto contatto con l’elemento reale sul quale interviene inizialmente l’”intuizione profonda”. È il momento di un disagio oscuro e indistinto, lentamente fatto proprio e faticosamente compreso. Il dato reale viene superato, trasposto nel vissuto personale,travalicato. Il segno allora corre via, scava in profondità, improvvisamente si arresta, riemerge alla superficie e di nuovo aggredisce, dilatandosi in una ormai conquistata libertà spaziale. Il gesto, il segno della pennellata di Bertoni si muovono nella consapevolezza di non rappresentare il “fenomeno”, ma in quella di riscriverlo, di ricrearlo, o, in ogni caso,di aderire pienamente alla sua sfera psichica. Nell’incontro con l’opera letteraria Bertoni si dispone con gli stessi termini mentali e con la stessa proiezione comportamentale, prevenendo ad una lettura nella quale il “leggere” assume il significato di “riscrivere”. I personaggi “ricreati” di Bertoni, al di là della tematica di appartenenza di ciascuno, sono generati e contenuti da due termini costanti e spesso neppure facilmente separabili tra loro: i “diedri” e le “maschere”. I “diedri”, immaginari sentieri mentali, si compongono e si scompongono in un infinito inseguirsi di sfaccettature che, angolo dopo angolo, inseguono, affermano, contrastano o subiscono realtà continuamente mutanti, dove l’occhio teme la difformità dell’apparenza e sperimenta le difficoltà dello svelamento. La maschera, quasi per assurdo, consente il riconoscimento, almeno quello apparente del ruolo, o quello della deformazione acquisita convenzionalmente. Se tuttavia, da un lato l’uomo acconsente alla maschera è inconciliabile con la sua struttura più profonda. Le lastre, le tele, i fogli segnati per i “Carmina Burana”, per Pirandello, per “Don Chisciotte”, per Tobino, o quelli mossi dalla permanenza del mito, da “Icaro” a “Dafne”, mostrano quelle comuni, originarie radici molto più di quanto autori e temi non facciano percepire con immediatezza.