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Curatori indipendenti…che vitaccia!

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Negli ultimi due decenni i curatori d’arte contemporanea si sono moltiplicati: un aumento esponenziale parallelo all’incremento delle iniziative e dei centri d’arte che si è verificato in tutta Europa. La Francia si è accorta da tempo che questa professione ha subìto una trasformazione dal 2000 ai giorni nostri, tanto che la C-E-A (associazione nazionale dei curatori francesi) diretta da Keren Detton, creata nell’ottobre 2007 ha condotto un’inchiesta sociologica per analizzare il fenomeno, in quanto il curatore di mostre è una figura complessa e relativamente nuova nel sistema dell’arte, talvolta dai contorni non del tutto definiti.

Questa approfondita analisi socio-demografica ha messo in luce un aspetto eclatante, ovvero in tutta Europa i curatori indipendenti piangono miseria, sono costanti infatti le difficoltà nel trovare i fondi per allestire le mostre, nel farsi retribuire finanziariamente e/o simbolicamente, oltre al fatto che i giovani curatori fanno fatica ad essere riconosciuti nel seno delle istituzioni pubbliche, insomma potremmo dire che la vita del curatore a livello economico è simile a quella di un artista squattrinato. Il mercato del lavoro in questo settore è aperto e non regolamentato né sul piano amministrativo né sul piano fiscale, l’offerta è superiore alla domanda e almeno la metà dei curatori indipendenti ha un contratto di lavoro precario. Quindi ci si interroga su come inquadrare questa categoria: il curatore è un semplice organizzatore o anche un critico?
Una professione di respiro internazionale, come quella del curatore ha in se una doppia valenza quella di far circolare nuove idee e quella di creare un network del settore, quindi è una professione liberale o più legata alle istituzioni pubbliche? E soprattutto, com’è la situazione in Italia? Da qualche anno nel nostro paese stanno nascendo dei gruppi di curatori indipendenti che unendosi promuovono giovani artisti, italiani e non facendosi propulsori di una nuova visione dell’arte contemporanea e contribuendo con la loro freschezza a vivificare il panorama artistico. Nel mio girovagare per l’Italia ho raccolto le opinioni di due gruppi di curatori milanesi: Peep-Hole e T-Arte Tatin, entrambi si muovono in Italia e all’estero.

Peep-hole è un progetto curatoriale complesso, che organizza conferenze e allestisce mostre, pubblica una rivista e collabora con istituzioni italiane e straniere. Bruna Roccasalva, Anna Daneri e Vincenzo de Bellis hanno creato da pochi mesi anche un project space e non solo: “Abbiamo iniziato dalla scrittura, con la pubblicazione di Peep-Hole Sheet” – racconta Vincenzo de Bellis – “uno spazio tutto dedicato alla scrittura, senza alcun filtro dove un artista può scrivere liberamente un testo. Proprio in relazione alla scrittura è poi nato il progetto più organico In Other Words che si svolge nell’arco di circa sei mesi. Consiste in una serie di eventi di diversa natura e durata: panel discussion, talk, conversazioni, conferenze, performance ecc., analizzando quelle pratiche artistiche che utilizzano la scrittura come medium fondamentale”. Il progetto, realizzato da Peep-Hole e dalla Kunsthalle di Zurigo è un esempio di come un gruppo di curatori italiani sia riuscito a collaborare molto più facilmente con le istituzioni straniere, che con quelle italiane. Questo dipende anche dal fatto che in altre parti d’Europa e negli Stati Uniti il curatore è fondamentale ed ha un suo specifico ruolo all’interno delle istituzioni pubbliche come musei e centri d’arte, nonché in realtà private come fondazioni e gallerie. Mentre il sito Internet U.S. news classifica la professione di curatore tra le possibili 50 carriere che si svilupperanno nel prossimo decennio: “in Italia manca ancora una specificità della professione e questa sorta di “grigio” indefinito lascia spazio a un po’ a tutti – come afferma Vincenzo de Bellis – la situazione italiana mortifica il lavoro del curatore – continua Bruna Roccasalva – c’è anche da dire che l’incremento di una sorta di formazione specifica ha cavalcato l’onda dell’aumento dei curatori che si stava verificando, questo ha comportato un’offerta superiore alla domanda, ma il mercato del lavoro non era ancora pronto per tutto questo” – “nonostante il clima per noi il principio base è che il curatore sostiene e crede profondamente nel lavoro di un artista, ecco perché abbiamo voluto creare uno spazio che abbia una sua continuità di programmazione e una nostra attitudine curatoriale – conclude Vincenzo de Bellis.

Un intenso scambio tra artisti e curatori viene evidenziato anche da Francesca Mila Nemni, curatrice indipendente che assieme a Valentina Nuzzi ha creato T-ArteTatin “non lo definirei un collettivo, ma è veramente un’equipe con un legame molto forte, gli artisti che sosteniamo si conosco tutti tra di loro e questo carattere per così dire fluttuante ci permette di avere la possibilità di avere contatti con molte gallerie in Italia e all’estero”. Se da un lato quindi il gruppo Peep-Hole collabora con le istituzioni e vuole profondamente riconoscere il carattere pubblico e istituzionale del suo spazio, T-Arte Tatin punta sul privato, sulle gallerie all’estero e in Italia per far circolare i nomi degli artisti: “proponiamo una sorta di scambio: far conoscere gli artisti stranieri in Italia che non sono rappresentati da gallerie e portare gli italiani all’estero dandogli la possibilità di esporre in altri paesi, fornendogli i contatti necessari e seguendoli dall’inizio alla fine”, ma anche nelle gallerie a volte si evidenzia il problema del compito di un curatore – “spesso nelle gallerie italiane la figura del curatore non c’è, è lo stesso direttore dello spazio che si occupa di tutto” – afferma Francesca Mila Nemni – in ogni caso il curatore indipendente non naviga in buone acque a livello economico – “forse si potrebbe pensare di unire sempre più la pubblicità con l’arte, di avvicinare il grande pubblico alle gallerie attraverso iniziative che coinvolgano anche la moda, il design e la pubblicità stessa, ampliando il modo di vedere la professione di curatore, non più solamente legata all’arte ma a più settori” – conclude Valentina Nuzzi.
Quindi fare il curatore indipendente in Italia è un vero e proprio mestiere o ancora no? Non credo che per il momento i tempi siano maturi per creare un’associazione nazionale dei curatori indipendenti, in quanto c’è ancora troppa incertezza sulla definizione stessa di “curatore”, troppa spietata concorrenza rispetto ai pochissimi progetti realmente finanziati, inoltre è ancora troppo sottile e precaria la ragnatela di collaborazioni tra le istituzioni pubbliche e private, nonostante gli ammirevoli sforzi degli ultimi anni. Insomma è ancora fantascienza in Italia pensare di creare un albo, un ordine dei curatori indipendenti perché si metterebbe in crisi tutto il sistema delle professioni dell’arte del nostro paese, dove spesso chi è critico è anche curatore e viceversa. L’unica via possibile è quella di improntare almeno un ritratto socio-demografico, com’è stato fatto in Francia con l’intento di costituire una piattaforma di riflessione e promozione delle attività attorno a questa identità professionale.