Home Arte vista da... Arte contemporanea e architettura: proposte per un futuro rapporto

Arte contemporanea e architettura: proposte per un futuro rapporto

1227

L’ultimo libro pubblicato dalla critica di architettura Sylvia Lavin “Kissing Architecture” (Point, Princeton 2011) tocca un punto nevralgico della cultura odierna: sarebbe mai possibile una collaborazione tra arte contemporanea e architettura? L’autrice se lo auspica, ma come in tutti i tipi di collaborazione a due, il timore è sempre quello che uno solo dei partners arriverà a condurre veramente il gioco, l’altro limitandosi a prestare soltanto parte delle sue forze. Il problema ha una sua serietà, soprattutto se si considera che opere d’arte contemporanea, pur messe a contatto con l’architettura attuale (vedi quella di Frank Gehry per il Guggenheim di Bilbao) hanno sofferto dell’incombenza delle strutture, poiché, seppur ‘decostruite’ e con materiali trattati in modo anticonvenzionale, continuano a reclamare uno spazio artistico-visivo tutto loro. Sarebbe infatti difficile definire quale effetto produrrebbe l’audio-video installazione Pour Your Body Out di Pipilotti Rist se proiettata al Maxxi di Roma (invece che al MOMA di New York, dove ha avuto effettivamente luogo nel 2008) dovendo lo spettatore tener conto contemporaneamente delle molteplici suggestioni spaziali offerte dall’architettura di Zaha Hadid.

Accettando la proposta della Lavin, ma in mancanza di contenitori più adeguati, saranno dunque ancora i vecchi musei, quelli del modernismo o alcune costruzioni appositamente intese come superfici per interazioni artistiche (come le pareti esterne di una casa a Stanfordville, nello stato di New York, progettate per ‘ricevere’ nel 2012 le immagini di Doug Aitken) a prestarsi a esperimenti tra arte contemporanea e architettura? Potrà apparire paradossale, ma i casi migliori sembrano presentarsi quando la collaborazione dà risultati ambigui, nel senso che è difficile arrivare ad una distinzione chiara tra chi dà e chi riceve, come nella DR Concert Hall, dell’Atelier Jean Nouvel a Copenhagen (2009). Se l’uscire dal museo è stata la prerogativa di tanta arte degli anni Sessanta, il ritornarci non sempre forse è stato dettato da un intento provocatorio (vedi Loris Cecchini o Maurizio Cattelan, tra gli altri). Non sempre poi si è trattato di uscire da musei, gallerie o raccolte private. Alcune forme d’arte non vi erano mai entrate, come i graffiti americani, i quali erano forme di provocazione e perciò al di là (almeno all’inizio) delle richieste del mercato.

Oggi la situazione è notevolmente più complessa e le risposte, io credo, dovrebbero essere date particolarmente dove la situazione è più richiedente: nei complessi urbanistici attuali (grandi e piccoli) e non nei ritiri ‘ecosostenibili’ della campagna. Riguardo a questi ultimi, è interessante mettere a confronto la piccola vecchia scuola ristrutturata nel 2008 da Jason Payne nello Utah – che imita nei materiali, rendendoli permanenti, gli effetti altrimenti momentanei prodotti dagli agenti atmosferici – con il padiglione della Fondazione Pietro Rossini a Briosco, semi-interrato, con piante selvatiche che lo ricoprono.

Ma a quale tipo di esperienza – percettiva, multisensoriale, cognitiva – farebbe appello il rapporto arte-architettura nella città contemporanea? Quello che per molti americani era stata l’arte da intendersi (seguendo John  Dewey) come esperienza diretta scaturita dall’atto stesso di percepirla, si è oggi trasformata, e questo è un risultato positivo, in qualcosa di meno immediato. Si fa ricorso alla memoria, all’analisi, all’ironia, talvolta anche all’autoironia, sebbene questa qualità sia poco presente nell’arte italiana. Non avrebbero le ironiche cariatidi in ceramica di Leoncillo, una volta ingrandite e collocate ad uno snodo stradale a Spoleto, prodotto un effetto altrettanto sollecitante di quello indubitabile del Teodelapio di Alexander Calder davanti alla stazione ferroviaria, sempre a Spoleto? Oggi giacciono a palazzo Collicola, nel Museo civico di arte moderna della città.

Un ultimo problema. Ci sarebbe ancora spazio oggi per una figura che possa mediare tra arte, architettura e spettatore, nel momento in cui ciò che conta è sollecitare reazioni immediate? Forse il ruolo del critico d’arte odierno dovrebbe essere più complesso di quello del recente passato. Dovrebbe suggerire, motivandoli, nuovi usi degli ambienti urbani, portare lo spettatore alla consapevolezza delle sue reazioni, ed effettivamente ‘criticare’.

Loretta Vandi

il libro citato si può trovare qui: Kissing Architecture