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Too Beautiful To Be True

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Ludmilla Radchenko
Elvis History 110×140

(di Silvia Pettinicchio) Non pensavo sarebbe potuto succedere. Proprio a me? Ma come! Non ho forse dovuto faticare il doppio per affermarmi in campo lavorativo perché ogni volta non venivo presa sul serio in quanto donna, piacente e giovane? Quando da pubblicitaria entravo nelle sale
riunioni per presentare la campagna di turno, stanze piene di potenziali
clienti, tutti uomini sopra i 50, tutti vestiti di vari toni di grigio, soddisfatti di sé eppure annoiati, ebbene, quando entravo con i miei tayeur rossi e le mie scarpe eccentriche percepivo senza scampo le occhiate di intesa, le gomitate nei fianchi e i mezzi sorrisiche i manager si scambiavano sotto i baffi.
All’inizio era uno slalom tra le battute, i complimenti e le domande personali e solo dopo una buona mezzora distoglievano gli occhi da
me e si concentravano finalmente sulla mia presentazione. Alla fine, solitamente, mi stringevano la mano e mi confessavano: Però…. chi avrebbe mai potuto sospettarlo!
Ebbene, lo confesso: nonostante abbia vissuto sulla mia pelle per anni una condizione di debito permanente di credibilità dovuta al mio aspetto e la giovane età, sono caduta nella stessa trappola. Con Ludmilla Radchenko. Quando l’ho conosciuta nel marzo 2009, in occasione
di Love Nest, la mostra inaugurale del mio nuovo spazio in cui esponeva due pezzi, ho praticamente ignorato il suo lavoro. Mi dicevo, ecco un’altra modella che vuol giocare a fare l’artista. Ma non le bastano la televisione, la pubblicità o i giornali? Deve invadere
anche questo ambiente già abbastanza affollato di artisti che sgomitano sotto i riflettori? Mi dicevo, è troppo bella per essere (una) vera (artista). E come tanti altri, invece di ammirare i suoi quadri, venivo distratta da LEI. Mi ci sono voluti ben 9 mesi e le visite a diverse sue mostre per perdere quell’odioso snobismo ed accorgermi del suo talento. E della voce particolare ed unica della sua pittura.
Dai quadri di Ludmilla traspare un mondo intimo e privato. Dietro i colori psichedelici, gli strati di resina, le applicazioni di perline, i pezzi di catena ed i lustrini, pulsa il cuore delicato di una donnabambina che spalanca ancora gli occhi per la sorpresa davanti alla bellezza e la complessità delle cose. Ognuna delle serie di lavori, che lei chiama da vera fashionista “collezioni”, racconta una storia nel senso letterale del termine: ci sono i personaggi, l’incipit, la trama, le sorprese inaspettate e l’epilogo. Penso ad esempio ai quadri su New York, su Londra o a quelli su Madonna ed il rock. L’ultimo di questi racconti è dedicato ad Amsterdam, per molti anni città simbolo di sballo legalizzato e massima tolleranza. Oggi, forse, ha perso parte del suo fascino proibito ed è proprio questo lato della città, le sue ombre, la sua polvere stanca, le lattine abbandonate e i neon fuori uso che l’artista ha voluto rappresentare nei quadri in mostra.
Facciamo un passo indiatro, quindi usciamo nella luce dei riflettori e rimaniamo un attimo nell’ombra. Lasciamoci rapire da un dettaglio,
da una pennellata, da una prospettiva forzata. Le nostre corde piu’ intime, inaspettatamente, cominceranno a vibrare.
Wannabee Gallery, Milano

Vista il sito Pop. Art. Studio di Ludmilla Radchenko

I would have never guessed it could happen. Not to me, at least.
Didn’t I have to struggle twice as hard to make a name for myself,
being a young, good looking woman? When I worked in advertising,
I used to walk into meeting rooms to present my compaings. They
where filled by potential customers, all men over fifty, all dressed
in grey, satisfired with themselves but bored to death. Well, when
I entered those rooms with my red suits and my extravagant shoes
I could feel the entente looks, the poking in the ribs and the half
smiles the executives exchanged up their sleeves.
At the beginning I had to dodge compliments, wisecracks and personal
questions. Only after a good half an hour, they moved their
attention from me to my presentation. And at the end, most of the
times, they would shake my hand and confess me: well….. who
would have expected it!
Now I have to admit: even if I suffered upon myself a condition of
permanent lack of credibility due to my looks and my young age, I
fell in the same trap. With Ludmilla Radchenko.
When I met her in March 2009, during my new gallery opening show,
Love Nest, in which she exhibited two pieces, I almost ignored her
work. I said to myself: here is another fashion model who amuses
herself by playing being an artist. Isn’t it enough her success in television,
advertising and magazines? Does she really have to invade
our circles already crowded by artists searching for the spot light? I
said, she is too beautiful to be (a) true (artist). And like many others,
instead of admiring her paintings, I was distracted by HER.
It took me over nine months to overtake this hateful snobbery and
become aware of her talent. And the unique and peculiar voice of
her painting.
Ludmilla’s art pieces betray an intimate and private world. Behind
psychedelic colors, resin layers, chains and spangles, beats the delicate
heart of a child/woman, who opens her eyes wide, surprised
by the beauty and complexity of things. Each of her series, which, as
a real fashionist, she calls “collection”, tells a story. Literally. There
are characters, incipit, plots, unexpected surprises and epilogues. I
am thinking about the New York series, or the London and Madonna
ones. The last one of these tales, is dedicated to Amsterdam, for
many years the symbol of legalized highs and maximum tolerance.
Today, perhaps, she has lost part of her forbidden charm but it is
exactly this side of the city, her shadows, her tired dust, the abandoned
empty cans and the broken neon that the artist chooses to
represent in this show. Let’s step back, then. Let ‘s get out of the
spot light and stand in the shade. Let’s allow a small detail, a paint
brush, a forced perspective to kidnap our imagination. Our most
intimate chords, unexpectedly, will start vibrating.
Wannabee Gallery, Milan