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Nel pensiero dei luoghi – Visioni di città

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Dal 18 Luglio nella Chiesa di San Marco a Mombaroccio la Mostra d’Arte di Pittura, Scultura, Fotografia “Nel pensiero dei luoghi-Visioni di città”.
Successive tappe a Sant’Angelo in Vado (a Palazzo Mercuri dal 2 al 15 Agosto 2010) e  a Piobbico, nel prestigioso Castello Brancaleoni dove la Mostra è rimasta in allestimento dal 18 al 29 Agosto 2010.

SI COMUNICA CHE LA MOSTRA E’ STATA PROROGATA FINO AL  13 Settembre 2010.

Prospettive
di Paolo M. Rocco

Nel pensiero dei luoghi-Visioni di città è un progetto che nasce con una mostra nel 2002, primo esito di una ricerca estetica nel solco del Figurativo. Ulteriori studi sul tema chiarirono le ragioni di sensibilità che, non isolate, si pongono in una posizione di superamento di Scuole  –il Concettuale, l’Arte Povera o un certo Informale- diventate, anche in Italia, un pensiero dominante, soffocante esperienze non meno importanti ma poste ai margini del dibattito artistico perché fuori da un mercato che dopo l’innamoramento per il minimale ha valorizzato l’espressione eclatante, la provocazione performativa che tenta di giustificare una presunta insignificanza del Bello nell’Arte. Pure se, è certo, quelle scuole hanno mostrato, anche in Italia, interessanti elaborazioni (punto di rottura verso una certa tradizione culturale creavano un orizzonte d’attesa) la loro indicazione del porre l’accento sull’intenzione dell’artista più che sul prodotto artistico ha ingenerato non poche delusioni, aprendo spazi a intrecci non sempre giustificabili tra le varie discipline dell’arte visiva anche nei livelli ritenuti ’alti’ in quel mercato: se non c’è da chiedersi cosa ci sia di bello in alcune opere di un performer quale Cattelan come in altre di, per esempio, De Dominicis (il Pontefice schiantato da un meteorite, i fantocci di bambini impiccati agli alberi a Milano dell’artista padovano, o lo scheletro umano di 24 metri di lunghezza e 4 circa di altezza dell’anconetano che si impose all’attenzione esponendo un bambino down, in carne e ossa, ad una Biennale di Venezia) si constata che queste installazioni fanno sì discutere ma non avvicinano all’Arte, non dicono altro se non, appunto, l’intento provocatorio (già, peraltro, sottolineato polemicamente, anche verso le sue stesse opere, da Duchamp -il suo ‘storico’ Orinatoio, del 1917, è esemplificativo di quanto diciamo). Ma si potrebbero ancora citare “la rana crocifissa”, a Bolzano, di M. Kippenberger, e  gli “Escrementi umani”, di grandi dimensioni, in travertino, posti nel centro di Carrara per la Biennale di scultura 2010, ‘opera’ di Paul McCarthy (… qualcosa dovrebbe pur dire che la “merda d’artista” inscatolata di Manzoni è del 1961).
Ciò che, invece, ci interessa, è anche il bello, al di là di rigurgiti moralistici che non ci riguardano. E sono belle, molto belle, e intense, nell’armonia delle forme che si declina con il significato dell’espressione le opere che presentiamo e, in questo senso –oltre che per la loro individuale maestria già oggetto di significativi apprezzamenti in Italia e all’estero– sono di grande interesse gli Autori che fanno questa nostra Collettiva. Una Mostra che indaga nelle visioni del mondo e nella proposta estetica di Artisti nei quali il tema del destino dell’uomo in cerca di una propria identità si coniuga con le ragioni del dialogo che l’individuo, lontano da una rappresentazione consolatoria e nichilista della Vita, instaura tra sé e la Natura, tra sé e lo spazio urbano affinché quel disagio che nasce nel contrasto tra ideali e condizione contemporanea diventi veicolo e percorso, doloroso e fecondo, di conoscenza.
Con Pietro Arnò, autodidatta, si deve innanzitutto dire che il suo riconoscersi nell’Arte di uno dei più grandi Artisti italiani del XX secolo, Pietro Annigoni, suo  nonno, costituisce il primo movente che lo ha portato alla Pittura. Da quella autorevolissima Scuola Arnò ha tratto tutto ciò che ha potuto e lo ha rielaborato assecondandolo al proprio gusto estetico, alla propria poetica, alla propria creatività, alla propria padronanza degli strumenti espressivi coltivati e acquisiti, negli anni dell’apprendistato, con gli studi sulla grande tradizione dell’arte rinascimentale italiana e dei paesaggisti romantici dell’800. Pietro Arnò ha saputo costruire un proprio stile, laddove la natura tormentata del suo paesaggio urbano non è mera presa d’atto di una situazione esistenziale ma contemplazione e trasfigurazione del reale –quei paesaggi, ci ricorda Arnò, sono di pura invenzione, non corrispondono a luoghi esistenti- in una visione lirica in cui i dati essenziali sono il cromatismo evocativo di ascendenza espressionista, che esaspera il dato emotivo della realtà, e le figure umane che si muovono in quegli spazi cittadini come ombre incorporee, proiezioni dell’immaginario e testimoni dell’interrogazione interiore. Tutt’altro dalla rappresentazione dei cosiddetti ‘non luoghi’ (spazi quali i grandi centri commerciali, le autostrade, le stazioni ferroviarie, tra i quali ricordiamo, per efficacia realistica, quelli raffigurati da L. Pancrazzi) i luoghi di Arnò sono inquietanti nel loro proporsi come un personale taccuino di misteriose memorie riemerse alla coscienza senza distanza emotiva, e dei suoi abitanti che, se nel loro atteggiamento di attesa possono ricordare le figure di D.Hopper, si allontanano da quella pur sorprendente rarefatta staticità senza vie d’uscita -con cui le connota l’artista statunitense all’interno delle sue scene urbane del quotidiano- e, di contro, si avvicinano alle dense e vive atmosfere disegnate dal realismo esistenziale di Alberto Sughi.
Segni dell’eredità del vissuto e ancora spazio del vivere in relazione con il soggetto storico che vi abita con il proprio patrimonio di idee e di sentimenti sono i landscapes visionari di Carlo Ravaioli. E’ una realtà deformata della città e del paesaggio attraverso cui l’Artista esprime una fusione di Surrealismo e Metafisico nell’evocazione non già di una dimensione ’altra’ del reale ma degli aspetti meravigliosi, magici di esso, propri di una poetica che del mondo offre una visione sospesa, attonita (pensiamo, per esempio, a Buco nell’acqua, a Isole di seconda vita, alle serie Città futura e Recinti) e dell’uomo le dissonanze e l’enigmaticità. La rigorosa attenzione alla struttura compositiva, alla misura e all’armonia dei valori plastici, se ci conducono a riconoscere nel suo lavoro anche ascendenze casoratiane (citazioni cólte:Il confine delle terre curve e Città bonsai ricordano nell’insieme della composizione rispettivamente i casoratiani Paesaggio autunnale e Nave sul carretto) pure ci dicono che è la più alta tradizione primo-novecentesca italiana (da De Chirico a Carrà a B.Saetti) ad essere stata affrontata con risultati di grande originalità e valore artistico e che inscenano nel Nostro una seducente complicità con il realismo magico, nella capacità di rappresentare con la pastosità della materia e del colore poetiche risonanze interiori, nel simbolismo che evoca una disposizione romantica a cogliere nella natura (come nelle sue città) una bellezza fuggevole o per trasferirvi il senso problematico di una visione -corroborato da una ironia straniante- e la corrispondenza col proprio intimo sentire. In progress, infine, il lavoro condotto da Ravaioli sulle figure di donna: inizialmente  elaborate in forme stilizzate, in forza degli studi anatomici del Pittore, poi caratterizzate nella ricerca delle modalità compositive di Modigliani e Klimt e ancora oggetto di sviluppi ma già oggi così sapientemente colte nella sospensione dinamica del formarsi di un atto o di un pensiero.
Qualcosa, suggerisce Paolo Tosti, forse è andato perduto nell’epoca del predominio della tecnologia, nel conseguente allontanamento dell’uomo dalla Natura, nel processo di industrializzazione nella società globale. Qualcosa c’è da ritrovare: proprio nei reperti di archeologia industriale un significato che dia senso all’esistenza, un volto al nostro tempo, un argine alla solitudine e alla desolazione. Nasce così la scultura del reale di Tosti, i suoi paesaggi industriali, nella tensione alla revisione del rapporto tra soggetto e mondo; una tensione umanistica che reinterpreta spazi e luoghi urbani e dell’industrializzazione attraverso una sintassi espressiva che utilizza il lessico fornito dagli oggetti del presente, architetture decadenti in questo caso, dense di significati, per indagarne il contenuto residuo, per ricondurle ad una dimensione umana, per spiegare di essa i mutamenti e accedere allo spazio interiore che le plasma in nuove forme. Paesaggi nel senso che queste sculture coniugano non solo volumi,spazi, luce ma anche movimento, narrazione, storia. In questa direzione vanno considerate opere quali Ritratto industriale III, Disabitare VII, o Cruna II: qui, se si nota l’importante acquisizione della lezione di J. Lipchitz –dopo l’abbandono del Cubismo– sulla definizione di forme dinamiche e lineari dalla limpidezza descrittiva, risalta una poetica precipua di Tosti, sofisticata e non decorativa così nella scelta dei materiali e nella ricerca di forme naturali, prossime ad un realismo che scava nella materia come nella coscienza e che restituisce, nella sua percezione di pieni e vuoti, strutture che aspirano eticamente all’armonia della composizione plastica, luogo ritrovato del percorso conoscitivo dell’intrinseca unità delle cose nella consapevolezza dell’incerto equilibrio della vita.
Una dimensione narrativa o, meglio, cronachistica della percezione dei luoghi urbani sono le fotografie in grande formato di Giorgio Pagnini. All’incontro con le città l’Artista fermignanese è giunto in seguito ad una indagine iniziata durante viaggi negli spazi desertici del Sahara, dall’esperienza per cui l’ingresso improvviso nel campo visivo di un cespuglio o di una piccola duna, il riflesso dei raggi solari su una roccia o sulla carcassa di un’auto scatenano mutamenti imprevedibili in quel paesaggio sul piano cromatico e della percezione tali da suscitare disorientamento. Poi l’azione dello sguardo incastona quegli elementi come nuove coordinate di riferimento per tentare di governare la vastità e il sentimento di incombente solitudine. E’ questo il processo che ha guidato Pagnini a interessarsi successivamente dei particolari –oggetti, tracce– segnali che la vita dell’uomo ha disseminato nei luoghi che abita. Non un percorso di pura astrazione alla Michael Sciam (importante presenza nell’Astrattismo/Concreto -seppure si notano interessanti relazioni: si vedano le serie di Sciam intitolate “Asphalt” e “Wall” e le corrispondenze con Pagnini in Strisce Peretola o Principe2, o ancora in Strada topolò; corrispondenze che testimoniano, seppure con differenti scopi, un comune sentire e che proiettano il Nostro negli esiti più avanzati della ricerca fotografica nazionale), il quale Sciam ritrae segni del vissuto nella loro funzione, avverte, di “forme casuali esistenti”, costituendo invece in Pagnini una “ricerca di dettagli relativi a cose per vedere le quali occorre abbassare lo sguardo, condizione di riflessione  per esaminare le piccole grandi storie che hanno lasciato tracce nel luogo e nel tempo in cui sono state colte”. Dunque dettagli di città in tecnica di fotografia naturalistico/mimetica per vedere meglio in noi stessi e nelle emozioni generate dall’incontro con questi luoghi e con le loro simbologie.
(p.m.r.)

Date della Mostra:

Mombaroccio, Chiesa di San Marco e Chiostro: dal 18 al 29 Luglio 2010, mattina dalle ore 9.30 alle 12.00, pomeriggio dalle 16.00 alle 19.30

Sant’Angelo in Vado, Palazzo Mercuri, dal 2 al 15 Agosto, mattina dalle ore 9.30 alle 12.00, pomeriggio dalle 16.00 alle 19.30 (ogni Mercoledì orario di apertura serale fino alle 23.00)

Piobbico, Castello Brancaleoni, dal 18 al al 29 Agosto, mattina dalle ore 9.00 alle 12.00, pomeriggio dalle 15.00 alle 18.00. Festivi: 10.30/13.00 e 15.00/18.30

SI COMUNICA CHE LA MOSTRA E’ STATA PROROGATA FINO AL  13 Settembre 2010.