Ci sono i Maestri e ci sono i discepoli, ma solo se i maestri hanno seminato bene e tracciato un solco. Qui Mimmo Rotella è l’indiscusso maestro per una tecnica inventata e divenuta ormai un classico del contemporaneo, ma anche Warhol, padre di tutti i pop. Se l’indagine di Warhol è sull’immagine e il suo ossessivo e reiterato proporsi sino a divenire spesso icona del nulla, l’indagine di Rotella parte non dall’immagine ma dall’oggetto. Così è per Ceccarelli. E si tratta di un oggetto particolare: l’affissione. Pensate a che gesto rivoluzionario fu negli anni 50 girare per le strade e strappare manifesti in una sorta street art e graffitismo ante litteram e au contraire! Bisognava essere dei pazzi rivoluzionari, anzi dei poeti per vedere nel quotidiano alla mercé di tutti la bellezza… Quel gesto ancora oggi mantiene inalterata la sua forza, ma acquista il potere della storia e della memoria. In un’epoca delocalizzata che spesso ci vede sconfitti, confusi e decontestualizzati, raccogliere brandelli di carta è forse il tentativo di legarci ancora a qualcosa, di recuperare nella suggestione dell’istantaneo un’umanità che torni integra.

Nelle prime opere Ceccarelli guarda con maggiore attenzione e quasi con timore la materia, cerca l’eleganza imprimendo semplicemente con il gesto dello strappo il ritmo, e raggiunge nella scelta delle carte un buon impasto tonale. Poi come se si fosse provato, diviene più libero: istintiva e piena di vitalità, la sua pittura parte alla costante ricerca di stimoli visivi, quasi guidata dalla vorace bramosia e curiosità da hunter of images. E se gli stilemi compositivi sono quelli del pop, soprattutto nel collage di matrice già surrealista e dada con le sue molteplici possibilità combinatorie e di continuo rimando narrativo, Ceccarelli riesce a rielaborarli in chiave personalissima. Taglia cuce veloce rappezza. I suoi collage patinati dall’uso di resine, stese come pittura che lucida ed enfatizza anche la carta più povera,  talvolta impreziositi da lustrini e glitter (come in Disco Barbie) sono una sorta di profani ex-voto del popolare;  e quando arrivano a eccedere per particolarismo oggettuale, rappresentano contemporanee vanitas sul senso delle cose, bombe semiotiche in costante variazione del segno e dalle innumerevoli possibilità combinatorie.  Prendono vita allora come in Revolution circhi, bestiari immaginari, ibridi più vicini al post human che alle favole di La Fontaine,  dove sacro e profano, natura ed artificio, uomo e animale si fondono in una tensione comunicativa quasi orgiastica, sensuale, che non rende più necessaria la lettura dei singoli segni.

Ma quali sono i protagonisti dei viaggi e del racconto di Ceccarelli? Per prima cosa il medium del suo lavoro: Ceccarelli ama la carta, le sue superfici sono fatte di carte eterogenee, scelte una ad una e uniformate dall’uso sapiente dei flatting con cui lucida e protegge le sue tele. È questa patina che rende i suoi lavori improvvisamente diversi da quelli del Maestro. Il gusto è quello della civiltà dell’immagine, non di una società che usciva dalla guerra. Qui alberga una muta consapevolezza che non serva neanche più la protesta e il gesto dello strappo non è neanche più tanto furtivo. Tant’è vero che Ceccarelli lo documenta e conserva memoria nel viaggio di ogni singola affiche strappata.

Poi ci sono i volti. Sono ideali, reali, immaginari. Volti anonimi con l’intensità che solo la vita reale sa dare, ma anche quelli conosciuti di attori ed eroi. Qui non si tratta di semplici citazioni, ma della constatazione del bisogno di una società, per certi versi necessario e salutare, di riconoscersi nei propri miti. Non sono ritratti tout court perché Ceccarelli ne capisce e carpisce la forza iconica, interpretandone l’animus o stravolgendolo in maniera utilitaristica e provocatoria. Anzi a un’attenta osservazione, grazie alla sapiente e mimetica stratificazione compositiva, queste icone sono spesso accompagnate da notazioni di tipo sociale, quasi in contestazione  dello stesso sistema di cui fanno parte. E i manifesti diventano la scusa per assemblare in modo nuovo l’umanità più varia, i boys and girls di un veloce glamour globalizzato, metropolitano  che parla la lingua della pubblicità. Una piazza virtuale di supereroi, geishe, barbie, divi  e common people … Si imporrebbe forse adesso un’indagine di tipo sociologico: è forse insito nella nostra anima occidentalizzata (qualunque sia la parte del globo che ci ospiti) il sogno americano? Si è esso trasferito trasversalmente e transgenerazionalmente dagli U.S.A. al boom economico degli anni ’60 in Europa e dai cartoon tramite i manga a Takashi Murakami e alla Hello Kitty generation delle ganguro  girls? Può la costruzione di mondi fantastici costruire personale critica alla società? È forse una delle possibilità per ritrovare significati e valori perduti? L’uso del colore è esso stesso simbolico e terapeutico? Certo è che questa strada Ceccarelli la percorre tutta, dallo sguardo fulminante e magnetico di Ross X che rende superman improvvisamente umano ai manga di Derniers Jours e Shangai, all’intensità dolente ma non rassegnata delle sue geishe, alla forza di Nouvelle Jackson, che in uno sguardo ci fa ripercorrere tutta la storia della lotta per l’integrazione. L’effetto patinato, glamour, veloce delle sue composizioni non dimentica temi sociali, evidenti ad esempio nelle mani di Reunion, in un gesto che da sfida diviene di pacificazione.

Esiste poi un altro livello di lettura alieno all’esuberanza coloristica e gestuale che affascina lo spettatore, ma che per certi versi distrae da un’interessante valutazione formale. È come se a Ceccarelli della civiltà dell’immagine interessasse il problema della visione proprio a livello organico percettivo: l’affissione che lo attrae –quasi indipendentemente dal soggetto- è quella che impressiona la retina, che riesce a catturare l’occhio nel passaggio veloce dei metrò del mondo… Avvicinandosi lo spettatore scopre dunque nell’intensità di un colore, che pare saturo e uniforme, il mondo tipografico dei retini, il loro inganno percettivo, le tag dei writer, conservate in una poetica del frammento che è il tentativo di ricomporre un mondo strappato… Sì perché la prospettiva con cui guardare questi lavori non è –come dicevamo- il gesto di protesta ma il tentativo di ricucire lo strappo cui il modo moderno di vivere ci ha abituato.

Non per niente Ceccarelli ama definirsi l’artista con la valigia azzurra. È la valigia in  cui amorevolmente ripiega e conserva i manifesti del suo bottino, ma anche la valigia del cittadino del mondo, di chi ama il viaggio per avventura o per necessità,  perché forse la sua valigia è invece quella di chi cerca di tornare a casa (lui, noi) e lo fa con l’azzurro dei sogni.