Home Eventi Evoluzione dell’arte e dell’anima umana

Evoluzione dell’arte e dell’anima umana

707

(Testo di Tiziano Bellucci)

Nell’antica Grecia, il dio Apollo era la divinità della musica e della medicina. Uno dei piú alti iniziati alle scienze esoteriche di Apollo, fu un filosofo del VI secolo a.C. conosciuto al giorno d’oggi come il padre della geometria: si chiamava Pitagora di Samo. Fu il primo a mettere in chiaro le relazioni tra gli intervalli musicali e a realizzare studi ed esperimenti sulla musica, sul suono. Si narra che mentre passeggiava, sentí un fabbro che picchiando su un incudine e usando martelli diversi, produceva suoni diversi. Si fermò a contemplare i ferri e notò che era il peso dei martelli a produrre suoni diversi. Giungendo al suo laboratorio applicò questo medesimo concetto cominciando i suoi esperimenti su uno strumento molto semplice chiamato monocorde, costituito da una sola corda tirata su una struttura in legno.
Usando il monocordo, Pitagora fu in grado di scoprire che la divisione musicale creata dall’uomo dava origine a determinati rapporti. Esaminando gli intervalli creati da questa divisione, Pitagora scoprí che tutti gli intervalli musicali potevano essere espressi in rapporti numerici. Se, per esempio, una corda viene divisa in 2 parti uguali, la nota che essa produce è di un’ottava piú alta della nota prodotta dalla corda intera. Le due parti uguali vibrano in un rapporto di 2 a 1 (2:1). Se poi la corda viene divisa in 3 parti uguali, la corda vibra in un rapporto di 3 a 1 (3:1). Quando la corda è divisa in 4 parti uguali, questa crea un rapporto di 4 a 1 (4:1).Tali rapporti numerici, come 2:1, 3:2, 4:3, Pitagora li denominò archetipi della forma, dato che erano dimostrazioni dell’armonia e dell’equilibrio che si potevano osservare in tutto il mondo.
I suoi calcoli, vengono anche rappresentati da Raffaello nella sua “Scuola di Atene”.
È bene ora mettere in evidenza un particolare: solitamente si ritiene che il modo di sentire di un greco antico, la sua vita dell’anima e il modo in cui reagiva alle impressioni di sentimento non fossero molto diversi dall’uomo attuale. Si crede che la differenza la si potesse riscontrare tutt’al piú in termini di ignoranza, spregiudicatezza, ma non nel modo in cui viveva le sue emozioni e le sensazioni; che un antico assiro soffrisse per amore come soffriamo oggi; che vedendo il giallo e sperimentando il profumo della rosa, sentisse le medesime cose che sentiamo oggi. Ma questo non è esatto. L’anima dell’uomo non è stata sempre uguale. Non ha sempre vissuto le medesime esperienze interiori. Si può dire che lo stato di coscienza dell’uomo sia mutato con il tempo, e muti tuttora. La missione attuale terrestre consiste in un’evoluzione dell’anima, nel realizzarsi di una completa consapevolezza. Nell’uomo antico, soprattutto lo sperimentare la sensazione del suo Io era diversa: si sentiva meno individuale, piú legato con il mondo e con i suoi avi. E questo cambiava molto le cose.
Se si guarda indietro, si può dire che l’uomo ha completato la sua evoluzione, in modo molto avanzato, per quanto riguarda il suo corpo fisico. Esso è giunto a livelli di grande perfezione: è l’arto piú altamente evoluto.
Le Forze della Direzione cosmica che avevano operato alla sua forma fisica, al principio dell’èra terrestre indirizzarono i loro obiettivi sull’anima umana, continuando ad agire per occuparsi del perfezionamento della sostanza animica umana. Che mutò, si diversificò man mano nei secoli.
Tale diversità, questa crescente evoluzione dell’anima, si trova bene espressa nella musica. Essa può essere un ottimo strumento di riferimento per monitorare e mostrare il progredire dell’anima umana. Un’evoluzione della musica e dell’arte non è mai avvenuta. Non si può parlare di evoluzione artistica: è l’anima umana che, mutando di èra in èra, in maniera corrispondente ha mostrato espressioni diverse di se stessa. E siccome la musica e l’arte esprimono l’anima dell’uomo, è apparsa essa stessa in forme diverse nel tempo. Ma soltanto come controimmagine dell’anima: come produzione di essa. Non è la musica a cambiare, ma l’anima umana.
A cagione di questo è possibile ora comprendere un fatto significativo. Se al tempo d’oggi si potesse ascoltare una scala diatonica intonata secondo il modello di Pitagora, essa farebbe sull’anima umana una singolare impressione. Di certo apparirebbe “stonata”, poco gradevole all’ascolto. Il problema è da concepire però capovolto. Non è la scala pitagorica “stonata”, ma l’anima attuale che è mutata.
Pitagora suonava infatti una scala diatonica: DO RE MI FA SOL LA SI DO, le stesse note che suoniamo anche ora. Vi è però una differenza: egli suddivideva la corda del suo monocordo in parti esattamente uguali, rispettando perfettamente intervalli e grandezze matematiche. Si potrebbe dire che la sua anima e quella dei suoi contemporanei esigeva questo. Ad esempio, egli poneva una tacca a 2 centimetri di distanza fra il DO e il RE e otteneva il tono di differenza equivalente, a 204 vibrazioni al secondo, fra il 1° e il 2° grado della scala. Poi poneva conseguentemente un’altra tacca a 2 centimetri di distanza fra il MI e il FA, e otteneva il tono di differenza, equivalente a 204 vibrazioni al secondo, fra il 2° e il 3° grado. E cosí via. In altre parole, compiva un fatto logico, matematico: cercava di applicare un metodo matematico conseguente, rispettando i valori numerici, dimostrando da un lato il legame fra musica e numero, e dall’altro riuscendo a produrre realmente la scala diatonica.

Qual è il problema? Che mentre ai tempi di Pitagora l’anima umana ascoltando una scala intonata secondo tali parametri la sentiva piacevolmente intonata, oggigiorno la sentirebbe stonata. Tanto è vero che dal 1500 in poi si è dovuto correggere il numero di vibrazioni che suddividono i toni, attraverso quella che è stata poi definita “scala temperata”. Si è dovuto “temperare” la scala seguendo la diversa “temperatura” animica, il suo diverso calore. E non vi è stato un solo aggiustamento.
Guardiamo la differenza fra la composizione della scala pitagorica e la scala “temperata” moderna naturale. Nella tabella che segue è possibile notare le differenze, in termini di frequenza vibratoria (per ogni diverso temperamento), che separano ogni grado della scala. Nel temperamento pitagorico la distanza che separa i toni è sempre costante, ossia 204; quella che separa i semitoni è 90. Nel temperamento naturale la distanza che separa i toni non è affatto costante, ma è prima 204, poi 182, e la distanza che separa i semitoni è 112.
Cosa significa questo? Che un uomo della nostra epoca ha bisogno di una “taratura” diversa della scala rispetto all’antichità. La distanza fra i gradi della scala è diversa. Questo dimostra che l’anima è mutata dai tempi di Pitagora: ciò che risuonava bene allora, oggi è “stonato”. Si è dovuto ricorrere ad una correzione per andare incontro alla modificazione animica.
Si narra che Pitagora abbia detto: «Studiate il monocordo e scoprirete i segreti dell’universo». Egli credeva che l’universo fosse un immenso monocordo, uno strumento con una sola corda tirata tra il cielo e la terra. Secondo gli studi di Keplero, tale “corda” fu in seguito ipotizzata come l’ellittica orbitale dei singoli pianeti intorno al Sole, che a seconda della velocità di rotazione di ciascun pianeta esprime le “note” costituenti ipotetiche scale che realizzano l’armonia di una data atmosfera planetaria.
Pitagora considerava l’estremità superiore della corda legata allo Spirito assoluto (il Sole), mentre l’estre¬mità inferiore era legata alla materia assoluta (la Terra). Egli applicò le sue leggi sugli intervalli armonici a tutti i fenomeni naturali, dimostrando la relazione armonica insita in elementi, pianeti e costellazioni. Parlò di “musica delle sfere”. Egli sapeva che il moto dei corpi celesti planetari che si spostavano lungo le loro orbite e durante il loro movimento rotatorio produceva un suono. Tale suono poteva essere percepito da chi era stato educato con coscienza iniziatica ad ascoltarlo. Si diceva che il Maestro greco fosse in grado di sentire i suoni dei pianeti che vibravano nell’universo. Per secoli gli scienziati (Keplero compreso) hanno fatto ipotesi sulla relazione tra il movimento dei corpi celesti ed il suono. Come vedremo piú avanti, usando avanzati princípi matematici basati sulle velocità orbitali dei pianeti, è possibile abbinare differenti suoni a differenti pianeti. Tutto nel cosmo vibra. L’immagine microcosmica degli elettroni che ruotano attorno al nucleo e la visione macrocosmica dei pianeti che orbitano attorno al Sole dimostrano parallelismi molto efficaci.
I Pitagorici credevano che la musica terrena non fosse altro che una flebile eco dell’universale “armonia delle sfere”: la Musica celeste. I particolari toni emessi dai pianeti dipendevano dalle proporzioni delle loro rispettive orbite, proprio come il tono di una corda della lira dalla sua lunghezza. Un altro genere di scala celeste collegava i toni dei pianeti alle loro apparenti velocità di rotazione attorno alla Terra. Nell’antica cosmologia si diceva che ogni pianeta corrispondesse ad una nota differente di una grandiosa scala musicale. Anche nell’Antico Testamento si narra di una scala, nella visione di Giacobbe in cui egli vide angeli che scendevano e salivano su una scala. Pitagora aveva fondato una scuola sull’isola di Crotone, dove insegnava esotericamente i fenomeni dell’universo. L’antica scuola misterica operava a tre livelli di iniziazione:
•    Il primo livello, quello degli “acustici”, insegnava a riconoscere ed a mettere in pratica le varie proporzioni musicali, spiegate utilizzando il monocorde.
•    Il secondo livello, quello dei “matematici”, approfondiva le conoscenze derivate dal monocordo con la conoscenza dei numeri, ma anche con tecniche di purificazione individuale e l’autocontrollo della mente. Prima di accedere al livello successivo era necessario che il discepolo fosse pienamente consapevole nel corpo e nello Spirito delle responsabilità legate alle sacre informazioni che stava per ricevere.
•    Il terzo e piú alto livello di iniziazione, quello degli “electi”, portava all’apprendimento di procedimenti segreti di trasformazione fisica con il suono e la musica.

Propongo uno schema degli armonici prodotti da un corpo in vibrazione; illustrato riferendosi al monocordo di Pitagora, mostrando anche un rapporto spaziale del suono e degli intervalli.
I primi e piú importanti armonici della fondamentale “DO” sono i seguenti:
Le porzioni di lunghezze di corda nella scala pitagorica erano lineari, matematiche, non come quelle sopra, della scala temperata.
Ecco ora cenni da vari poeti che narrano di una ipotetica musica delle sfere.
Da Shakespeare nel Mercante di Venezia, nella scena in cui Lorenzo dice a Jessica: «Come dorme dolcemente il lume della luna su que¬sta proda! Ci metteremo qui a sedere e lasceremo che le note della musica si insinuino nelle nostre orecchie. Il placido silen¬zio e la notte s’accordano con le note di una dolce armonia. Siediti Jessica. Guarda come il pavimento del cielo è fittamente intarsiato di patine d’oro splen¬dente. Non c’è la piú piccola stella che tu contempli, la quale non canti nel suo moto come un angelo e non s’intoni coi che¬rubini dagli occhi sempre gio¬vani. Tale armonia nelle anime immortali! Ma finché le nostre sono rinchiuse in questo corruttibile involucro di argilla, noi non la possiamo udire.
Da Dante Alighieri, nella Divina Commedia (Par I, 76-81):

«Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a sé mi fece atteso,
con l’armonia che temperi e discerni,

parvemi tanto, allor, del cielo acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece mai tanto disteso».

Questa mistica unione di armonia prodotta dalla “girazione” delle sfere celesti con la luce onnispandente si ritrova in Cicerone, che a Scipione Aureliano fa ascoltare, durante il sonno, la medesima musica, e che a questi fa chiedere, stupito: «Ma che suono è questo, cosí intenso e armonioso, che riempie le mie orecchie?». «È il suono – risponde Cicerone – che sull’accordo di intervalli regolari, eppure distinti da una razionale proporzione, risulta dalla spinta e dal movimento delle orbite stesse, ed equilibrando i toni acuti con i gravi crea accordi uniformemente variati; del resto, movimenti cosí grandiosi non potrebbero svolgersi in silenzio, e la natura richiede che le due estremità risuonino, di toni gravi l’una, acuti l’altra».

Tiziano Bellucci