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Dalì e Rauschenberg interpretano l’inferno di Dante a Gradara

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Gradara

Salvator Dalì e Robert Rauschenberg interpretano l’Inferno di Dante

Esistono numerosi autoritratti o meglio ancora tanti scatti fotografici di Salvator Dalì, perennemente mosso dal desiderio spasmodico di essere immortalato con quell’aria beffarda del “terribile mago affabulatore” che indossa baffetti in stile liberty e fissa lo spettatore come per ipnotizzarlo; mentre egli offre al pubblico un’immagine di sè provocatoria e a volte eccessiva di un attore nella vita che ha saputo mettere in scena opere di forte impatto scenografico, Robert Rauschenberg in un suo autoritratto del 1974 , evidenzia le connotazioni tipiche del proprio linguaggio artistico mescolandosi all’opera come in un’icona indissolubile e indistinta; in una sorta di dipinto-montaggio egli si ritrae fotograficamente confondendosi con  materiali poveri e alcune fotografie. Siamo di fronte a due personaggi differenti che, mantenendo il loro stile inconfondibile,  posseggono la rara abilità di saper produrre delle vere e proprie  acrobazie espressive, riuscendo a creare e trovare immagini intente ad interpretare ogni tema preposto e non a caso si catapultano senza timori nelle terribili atmosfere infernali di Dante. Nonostante la formazione eclettica, nell’ immaginario collettivo  Salvator Dalì è l’autore delle donne dei cassetti, degli orologi liquefatti, delle paranoie critiche, delle tante trovate surreali, e tra queste, senza tradire la propria cifra, vi sono le tavole che illustrano l’Inferno, contesto e tema in cui l’artista si muove con grande agilità, confermando di possedere la mano del solito “diavolo” intelligente e giocoso dal tratto pittorico rapido, netto e pungente: l’anima surrealista di Dalì ha trovato espressione nella rivisitazione dell’Inferno di Dante creando una serie di illustrazioni realizzate con la tecnica mista, con interventi a penna e acquerello. Nel riproporre il Poema, completato nel corso di dieci anni , dal ’50 al ’59,  in chiave del tutto personale, egli imprime la forte impronta dell’artista che ingloba in sé l’indole del pittore, scultore, fotografo e cineasta. La capacità di riassumere così tante abilità contemporaneamente è ampiamente dimostrata nella raffigurazione scenografica di Minosse ritratto come una mostruosa torre di controllo che domina fisicamente la piattaforma “dechirichiana”  in una profondissima prospettiva  atta a creare un paesaggio estraniante; il guardiano dell’Inferno è posto di spalle rispetto a chi guarda e mostra una testa dalla forma ovale e marmorea  ferocemente attenta e onnipresente che prevarica lo spazio con gli arti dilatati occupando diagonalmente gli estremi del quadro al fine di raggiungere i dannati che si dimenano sullo sfondo. Salvator Dalì è una sorta di “disegnatore animato” che sa manipolare il racconto del nastro scorrevole e interromperlo in qualsiasi momento proponendo scorci arditissimi e tagli prospettici di immediato impatto: ciò può accadere nell’osservare Caronte il cui corpo è delineato finemente a tocchi di penna e reso scultoreo dal sapiente uso dell’acquerello, un vero “fotogramma” dove emerge, monumentale e ultra michelangiolesco, il traghettatore dei dannati che trasporta un nuovo disperato prigioniero nell’Inferno, trasformato dalla vita in giù in un blocco composto da fasce di pietra.

Il classicismo di Salvator Dalì è riconoscibile nel disegno veloce e pregiatissimo del corpo, seppur lievemente  accentuato di Beatrice che accorre in aiuto di Dante, nell’illustrazione del  secondo canto; vari sono gli accenti e le contaminazioni picassiane come le anime perdute  nel Limbo oscuro del quarto canto;in primo piano in un groviglio di corpi multiformi appaiono  personaggi grotteschi agganciati tra di loro come tanti rami o materie gelatinose che si contorcono e si cercano afferrandosi con le mani, le braccia e la bocca. Nella tavola che immortala i corpi lacerati degli avari, schiacciati e appesantiti  mentre sorreggono massicce pietre per bilanciare metaforicamente una esistenza  dominata dall’avarizia, si stagliano, in basso a sinistra, le figure di Dante e Virgilio, due macchie minuscole appena accennate  che osservano la scena e il peso dell’espiazione della colpa. Nel raffigurare il “lusingatore” del Canto XX, il Maestro spagnolo  accentua le forme di quell’essere che ha perduto la capacità di ammaliare e corrompere le menti, ridotto ad un ammasso di abominevoli “cipolle” rosse, maculate e bruciate, si appoggia su un flebile bastone e subitaneamente è minacciato da ossa umane vittime della sua virtù malefica esercitata in vita. Dante osserva in silenzio il macabro spettacolo.

Se Dalì ci offre “scenografie” quasi immediatamente intelleggibili, le tavole di Robert Rauschenberg insinuano un nuovo linguaggio subliminale. Dal 1958 egli illustra l’Inferno di Dante effettuando le prime testimonianze del silenzioso mal di vivere espresso nell’ interminabile gioco demistificatorio e sottilmente dissacrante di immagini ottenute mediante la fusione di fotografie di feticci culturali e la pittura, con la  cosiddetta tecnica del combine-painting, il nome che l’artista dà alle sue pitture combinate; essa consiste nell’espediente tecnico di trasferire le fotografie  dei giornali avvalendosi di un solvente che consentisse il  trasferimento su vari tessuti. L’artista statunitense attualizza il Poema dantesco trasfigurando i suoi protagonisti in un contesto contemporaneo. Egli non pone un giudizio critico della realtà ma  agisce come un autorevole “pescatore di segni” che offre allo spettatore la possibilità di comprendere e decodificare i messaggi emersi dalle onde del quotidiano  mare di immagini, ispirate a personaggi politici, atleti,automobili, oggetti comuni, astronauti e porzioni di corpi umani. L’operazione esistenziale di Rauscenberg è quella di captare, accumulare e di conseguenza plasmare gli “indizi” fotografati in un’unica dimensione visiva. Egli raccoglie una miriade di flash della realtà per farci trovare di fronte al suo specchio. I lavori dell’ artista americano nascono da un percorso che si sviluppa e trova una sua linea iconografica dopo aver assimilato le esperienze degli artisti dadaisti Kurt Schwitters e Marcel Duchamp e sposando di conseguenza l’espressionismo astratto di Twombly, nel balletto continuo di macchie-segni, Pollock e le materie ulcerate di Burri. La tecnica del combine-painting  si dimostrò un eccellente veicolo attraverso  il quale narrare il viaggio nell’ Inferno “contemporaneo e dantesco” dove affiorano le atmosfere umide leonardesche e un diffuso tormento michelangiolesco, che uniti  alle immagini dei  consigli per gli acquisti televisivi e alle riviste più alla moda  del tempo, inducono, da parte di chi osserva le illustrazioni, a sentire la forte esigenza di ripercorrere i passi danteschi con un’occhio differente e  indagatore.

Il  Canto XXXI del pozzo dei Giganti è interpretato da Rauschenberg , secondo il contesto sociale e storico del ventesimo secolo, trasferendo al posto dei Giganti Nembrot, Fialte e Anteo, dei campioni olimpici  collocati su un podio e all’interno del collage emergono prodotti pubblicitari, particolari di mani e figurine in alto a destra, di cui un personaggio, dovrebbe essere proprio Dante riproposto come un uomo opaco e intermittente che indossa un asciugamano, appena uscito dalla doccia; l’immagine appare sicuramente curiosa ed estraniante ma il senso va ricercato, forse, dietro i ritagli incollati dello zapping del consumismo che propone  nuove forme sacrali, basti pensare alle macchine “impazzite” impresse nelle tavole di Rauschenberg,  i nuovi miti del  pedale magico, il grande tasto musicale che produce il tuono impetuoso del motore evocato dal passaggio dei nuovi padroni della strada.   Un esempio, in questo senso, lo offre una volta per tutte  Roland Barthes il quale sostiene, nel suo libro dei Miti d’oggi comparso nel 1957: “ Credo che oggi l’automobile sia l’equivalente abbastanza esatto delle grandi cattedrali gotiche: voglio dire una grande creazione d’epoca, concepita appassionatamente da artisti ignoti,consumata nella sua immagine, se non nel suo uso , da tutto un popolo che si appropria con essa di un oggetto perfettamente magico”. L’artista statunitense ci restituisce la doppia e potente immagine dell’ “organo-motore” della società del suo tempo manifestando l’intenzione di indicarci dove cercare i cassetti segreti della realtà gettando tanti sassolini nell’acqua in varie direzioni, creando momentanei sobbalzi e vibrazioni dell’acqua che man mano si cristallizzano in un unico mare, mentre,nel percorrere il viaggio nelle orribili atmosfere dantesche,  Salvator Dalì riesce a toccare ogni corda emotiva dell’essere umano cogliendo le più sottili sfaccettature. Ogni immagine possiede una forza e una connotazione singolare e sorprendente.

Giovanni Rossi