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Maison Close

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(di Daniele Radini Tedeschi)
Roma – Se quello della meretrice è realmente il mestiere più antico del mondo, è dunque altrettanto verosimile che il bordello sia uno dei più vetusti raccoglitori di tale merce e della sua relativa clientela.
Perciò una caratteristica cardine di quel genere di quadri che prendono il nome di maisons closes deve essere la necessaria annosità di tali ambienti, il loro gusto retrò, il sapore arcaico segnato da un’atmosfera rarefatta.
Sovente di piccolo formato, questi dipinti figurano istoriette grottesche, con le donnacce accanto a uomini ben vestiti o , nei casi più eccessivi , addirittura a prelati; manifestano comunque un dogma classista che vede nella donna l’essere “inferiore” sia per ceto, sia per intima attitudine (spesso queste prostitute figurano nude, inginocchiate, maltrattate), mentre l’uomo, per contrapposto, appare facoltoso, elegante e raffinato.
Maestro incontrastato di questo genere fu Toulouse-Lautrec il quale seppe rappresentare l’osceno (o-skenè cioè fuori di scena) nel suo significante più profondo, ossia i momenti transitori ove latita l’atto, cioè la copula.
Non vi sono scente erotice, nulla alla Rops, per intenderci,  bensì sono figurate le attese, le vestizioni post tresca, i silenzi come ventriloquio della fregola.
Le uniche pratiche descritte dal pittore sono quegli abracci invertiti delle lesbiche sonnecchianti, un po’ clownesse un po’ ruffiane, ben lontane dall’ eros di Coulbert.
Se il mollismo corporeo del Lautrec prescinde qualsivoglia pulsione sessuale, diverso è l’aureo e polveroso schema di Walter Sickert, pittore seguace di Whistler, il quale dipinse interni con squillo morenti fra broccatelli, lontre e camosci (forse uccise dal pittore stesso, come vogliono coloro che cercano di identificare col Sicker l’oscuro Jack lo Squaratore).
Tra gli artisti contemporanei, davvero pochi si sono dilettati in questo genere figurativo, anche se è d’uopo confermare l’estremo interesse che suscita tra i collezionisti specializzati; il probelma maggiore è che, ad eccezione di grandi pittori quali Sughi e pochi altri, la maggioranza dei forieri di tali soggetti resta nell’ombra e si limita a smerciare i quadri privatamente e fuori dai circuiti di mercato.
Un artista odierno che si dedica a tale ricerca è Gildo de Bonis, il quale dopo un inizio come paesaggista si è specializzato, dietro mio suggerimento, nel dipingere bordelli, scene d’interno con prostitute, case chiuse e varie pitture erotiche.
Il quadro maisons closes (fig.1) è il primo che ha realizzato, ed è stato esposto in diverse mostre da me curate , tra le quali quella presso la Galleria l’Acquario in via Giulia, presso la Galleria Pentart in Trastevere e quella al  Castello Baronale di Calcata.
La posa correggesca di queste tisiche puttane imbellettate, il profumo d’eliotropio e di paciuli, l’arredamento solenne e rovinoso allo stesso tempo, la suppellettile marcia e gusta (si pensi a quel piccolo grammofono rotto da secoli), tutto rimanda a quel gusto artefatto e sfatto iniziato dal Lautrec , passante pel Sickert, e tuttora vigente negli attuali postriboli.
È giusto chiarire infatti che, se tutto oggi appare mutato nel più sozzo modernismo, questi luoghi di piacere mercenario restano un estremo baluardo della cultura retrò fine Ottocento: club privè, casini, salotti per scambisti e simili alcove di peccatoracci mai redenti, sono tuttora dominati dal gusto decò, dall’oriente persiano tipo bazar, dai colori porpurei e dai rossi più infetti.
Champagne costosissimi, oblunghi tacchi a spillo, sottane inutili per cosce evase, giarrettire persuasive dall’eloquio cosmopolita, luci artificiali che tingono le carni di lumi irreali e perversi… ecco la tenebrosa flora di codesto oscuro Bosforo sotterraneo, ecco i suoi negri gigli.