Home Arte vista da... Raffaella A. Caruso WOMEN IN ART. L’Arte è Femmina?

WOMEN IN ART. L’Arte è Femmina?

dal 17 dicembre a Ferrara una ricognizione sull'universo arte-donna

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Cindy Sherman

A questa domanda provocatoria cerca di offrire una risposta intelligente con un percorso sicuramente variegato e originale, WOMEN IN ART, collettiva che Mazzacurati Fine Art inaugura a Ferrara il 17 dicembre 2016 e che sarà visitabile sino al 3 febbraio 2017 (corso Martiri, 75). La squadra annovera  le straniere Cindy Sherman, Nan Goldin, Shirin Neshat, Tejal Shah, Yasmin Sison, Lady Pink ed Esther Mahalangu,  lo storico di Nanda Vigo e Dadamaino, il contemporaneo di  Betty Bee,  Aidan –cui la galleria ha appena dedicato una personale-, Isabella Nazzarri e alcune artiste ferraresi: Mara Gessi, Judith Balari, Jennifer Cleto e Fiorenza Bertelli. Un percorso che si annuncia sicuramente variegato e all’interno del quale Roberto Mazzacurati e Gabriele Turola, autore del testo in catalogo, hanno voluto individuare l’energia come linea di conduzione tematica. È un’energia a mio avviso che si spigiona in modo differente tra uomo e donna, non solo nei lavori, ma proprio nell’atto della creazione. Dire che la creatività ha un sesso o dei limiti anagrafici è un poco come discutere del sesso degli angeli, oltre a rappresentare una mostruosità teorica. Certo è che ragioni storiche o sociali hanno nei secoli compresso la possibilità espressiva della donna, permettendole però per paradosso di esplodere a livelli altissimi e soprattutto originali. O meglio di testa e di pancia. Un esempio su tutti Dadamaino (un Volume del 1958 è la locandina della mostra) la cui ricerca solo apparentemente è assimilabile a Fontana e a Castellani.  Le estroflessioni di Castellani infatti  nascono da un reticolo geometrico e mentale, da una suddivisione “neutrale” dello spazio, dove l’errore/errare umano non crei turbamenti. I punti di tensione che egli regala alla tela sono nel suo intento i più impersonali possibili, perché essa possa poi liberamente reagire e distendersi. Il resto lo fa la luce. Invece è proprio la partecipazione emotiva all’opera quella che Dadamaino persegue per tutti gli anni della sua ricerca. A suo stesso dire debitrice di Fontana, quando ritaglia i suoi volumi è quasi più interessata e affascinata dal gioco delle ombre create dalla luce sulla parete, lasciata libera e visibile dalla tela ritagliata, che da altro. Le interessa non la terza dimensione ma la possibilità di leggere il movimento di luce e ombra nel vuoto che la tela ha liberato. Liberare lo spazio è dunque l’innovazione di Dadamaino, offrire all’occhio la possibilità di fuga da visioni univoche. Libertà e visioni: altre due parole chiave di questo percorso. Libertà è quella che va scrivendo sul suo corpo di donna velata Shirin Neshat ed Esther Mahlangu nella ripetizione di un codice tribale (nato da un rituale di passaggio del mondo maschile) riesce a rendere protagonista la donna.

Mappature cerebrali compiute con i più recenti mezzi di radio-diagnostica hanno scientificamente provato quello che le nostre nonne e le nostre madri sanno da sempre: la donna per sua struttura mentale rifugge dall’univocità della visione e possiede la capacità di risolvere contemporaneamente più problemi, a volte aggredendoli, a volte aggirandoli alla ricerca della porta di ingresso, rendendo spesso l’uno la risoluzione dell’altro, e in questo  sta  la sua forza nell’arte come nella vita. E la coincidenza di arte e vita potrebbe essere un altro filo conduttore di quest’esposizione: lo è per Cindy Sherman e per Nan Goldin, che hanno fatto dell’azione scenica e del travestitismo o meglio del trasformismo come necessità di vita, la ragione d’essere degli scatti performativi, lo è sicuramente per Betty Bee. Da tutti considerata la Cindy Sherman e la bad girl dell’arte  italiana inizia la sua ricerca che è lavoro su se stessa nel 1992, ottenendo poi nel 1994 come primo artista italiano in assoluto un articolo su Artforum, bibbia del contemporaneo. Delle sue innumerevoli performance mi piace ricordare quella in cui, ingaggiato tramite amici un investigatore privato, si fece seguire notte e giorno a completa insaputa dello stesso, mettendo in scena direttamente la sua vita, o meglio come questa potesse essere vista dall’esterno.  Da questa performance nacque il film documento vincitore del Festival del Cinema di Torino nel 1999, di cui ritengo emblematico e fondamentale il sottotitolo: Sopravvivere d’arte. Napoletana la Bee è figlia di un mondo a parte, dove probabile ed improbabile si mischiano in un colorato e faticoso mondo all’Almodovar. Laddove poi Betty abbandona il medium fotografico che la vede regista e attore delle proprie performance, rende protagonista di tutti i suoi lavori il colore, sempre e comunque proposto in impasti oggettuali che all’occhio classico paiono ora feroci e disarmonici, ora naives, ora esaperatamente glitterati. Si tratta invece di un colore dolente, che deve nascondere, e che l’artista rende, esattamente come accade per il filo spinato che trattiene i suoi fiori (simbolo della femminilità), limite e protezione di se stessa e dello spettatore, perché non abbia troppo a condividere intensità e il travaglio della sua vita.

E ancora parlando di protesta ed energia il visitatore imparerà a conoscere il pop contemporaneo della street artist Lady Pink o l’esplosione tecno-pop e post human delle tele di Aidan, dove mondi infiniti si aprono in realtà aumentata in un’evasione tecnologica. Molti proprio sul lavoro di Aidan rimangono stupiti dalle competenze tecniche che esso richiede e costantemente domandano se Aidan sia un uomo… E questo la dice lunga sugli stereotipi che albergano anche in quel mondo dell’arte che vorremmo ideale e senza confini.

Il mio invito a visitare l’esposizione non vuole però trasformarsi in un saggio critico…Lascio dunque allo spettatore il piacere di gustare il lavoro delle altre artiste, cercarne corrispondenze, assonanze o antitesi, in quell’intreccio sapiente della tela che solo Penelope seppe tessere… Women in Love with Art…