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Morte e Visual Culture

di Loretta Vandi

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Richard Brilliant, Death. From Dust to Destiny, London, Reaktion Books, 2017, pp. 245, 135 illustrazioni, 75 a colori, £ 20,00Richard Brilliant, Death. From Dust to Destiny, London, Reaktion Books, 2017, pp. 245, 135 illustrazioni, 75 a colori, £ 20,00

L’ultimo libro di Richard Brilliant ci offre l’opportunità di arrischiare qualche delucidazione riguardo alla Visual Culture alla quale esso di fatto appartiene. La discussione che segue è preliminare alla comprensione del libro da parte del lettore che, se richiesto di classificarlo, resterebbe perplesso. Si tratta di storia dell’arte, di critica letteraria, di meditazione esistenziale o di giornalismo sociologico? “Un’accozzaglia di tutto è ben poco di ogni cosa!” avverte il proverbio. Anche se questo non è il caso di Brilliant, nondimeno un dubbio simile affiora di nuovo riguardo alla Visual Culture: sarebbe essa un’area a sé stante o un mero agglomerato di varie discipline alle quali è stato tolto il pungiglione? Parlando non del singolo individuo o dell’opera particolare, credo che il dubbio precedente sia tutto sommato ingiustificato e che, nonostante i confini sfocati – carattere, tra l’altro, diffuso – si sia in presenza di una vera disciplina. In essa, per mezzo dell’ ‘Immagine’, qui elevata a unico grande tema, si cercherebbe di riconoscere l’intreccio socio-culturale di gruppi e nazioni nel corso del tempo. Tuttavia, poiché tali intrecci rivelano aspetti molteplici, recalcitranti a un’organizzazione definita, aggravata dalla tacita intesa di implicare comunque la società moderna e il processo accelerato di globalizzazione, mi pare che la Visual Culture sussista sotto due diverse configurazioni. L’una, felice di investirsi del nome e alla quale appartiene anche il libro di Brilliant, comprenderebbe studi che si distinguono, quale più quale meno, per la coordinazione di cose acquisite ma mancano di temperamento realmente investigativo. L’altra, sdegnosa o indifferente al nome, è fatta di ricerche socio-culturali che coinvolgono immagini relative a uno specifico ‘endroit’ ma, nello stesso tempo, si dimostrano le più adeguate nel sollecitare intuizioni per analisi e critiche degli svolgimenti presenti nel campo delle attitudini visive. Un esempio ne sarebbe l’ultimo libro di Hans Belting, Face and Mask, come ho rilevato nella recensione apparsa su Critique d’art (2017) che, senza essere privo di spunti indubbiamente pregevoli, rientrerebbe nella prima configurazione e in parte nella seconda, difettando, alla fine, in entrambe {Si tratta dell’edizione inglese del libro Faces: Eine Geschichte des Gesicht, tradotto anche in italiano. Vorrei aggiungere che non avrei nulla da obiettare al termine ‘antropologia dell’immagine’ che mi sembra un’appropriata definizione di certe ricerche etnologico-sociali. Dissentirei solo sull’opinione che avrebbe di essa Belting e, in generale, sull’interpretazione di essa come alternativa alla Visual Culture}. Il riferimento a Belting non viene a sproposito perché, anche attorno al soggetto del suo libro, la ‘Morte’ non manca di aleggiare in modo palesemente esistenzialista, un esistenzialismo però discorde da quello a cui è improntato l’approccio di Brilliant. 

Certo, nessuno si immaginerebbe di esaurire i rapporti culturali e psicologici che l’uomo creò attorno alla ‘Morte’ risalendo il corso del tempo sino a quel momento in cui l’aurorale conoscenza del Sé si concretizzò in regole sociali e riti più comprensivi ma, nello stesso tempo, più chiari di una mera coesione per sensazione di intimità e destino comune. L’inafferrabilità del tema della morte non starebbe nella sua vastità, bensì nelle sue possibilità di trasfigurarsi nella mente collettiva e di irradiarsi su aspetti locali, particolari. Se, dunque, Brilliant non poteva arrogarsi simili pretese, quali sarebbero le sue aspirazioni? I sei capitoli del libro, grazie a un’oculata selezione del materiale visivo e a un continuo commento digressivo e ironico, vorrebbero cogliere gli atteggiamenti umani verso la morte, esaminandoli in rapporto a sei punti di contatto: i monumenti funerari pensati come ‘magneti visivi’ (“Monuments of a recognizable kind eliciting memory of the departed”), la volontà comunicativa che si manifesta nella tomba personale (“Grave matters”), la lamentazione funebre (“Mourning becomes…”), la concezione dei resti mortali (“Remains”), i momenti di possibile passaggio dalla vita alla morte e viceversa (“On the Verge of Death”) e, come conclusione, le aspettative riguardanti il post-mortem (“After all, We Die, and Then?”). Vorrei far notare en passant che i titoli del secondo e terzo capitolo sono giochi di parole: il secondo può essere letteralmente inteso sia come ‘la tomba è importante’ che ‘temi importanti’, mentre nel terzo, preso in prestito da Eugene O’ Neill – una sua famosa opera s’intitola Mourning Becomes Electra – il verbo, privato del complemento, assume un doppio significato: o ‘conviene’, ‘è proprio’ oppure ‘diventa’. I sei temi, come il lettore avrà già supposto, sono largamente sovrapponibili ed è interessante vedere se e come l’autore si sia cimentato nel renderli e mantenerli, in qualche modo, separati.

L’apparato visivo, doverosamente ristretto, per quanto riguarda l’arte antica e in particolare l’arte romana, che è l’area di specializzazione dell’autore, fornisce campioni selezionati con sagacia. Il primo capitolo, che funge da inconfessa introduzione, propone immagini di monumenti (inclusi cimiteri e Memorials) che furono concepiti come ‘attrattivi’ sia per l’altezza che per l’ornamentazione all’interno di un paesaggio naturale. Al contrario, le parole poste sulla tomba, alla varietà compositiva delle quali il termine ‘epigrafe’ non rende piena giustizia, ci porta a un tu-per-tu con la persona morta. In questo secondo capitolo, in cui immagine e linguaggio si cercano a vicenda, l’autore dà inizio a un commento socio-filosofico che si svolge in parallelo alle immagini e alle loro parole, sempre recitate dalla sua voce. Qui le riproduzioni di monumenti vanno dall’antico Egitto a una semplice placca commemorativa di una vittima delle Fosse Ardeatine fino alla copertina del New Yorker (18 Gennaio 1999) che riassume in vignette, richiamanti manoscritti medievali, la breve vita piena di pietà di Martin Luther King, in occasione del settantesimo anniversario della sua nascita. Tutte sono fondamentalmente rappresentazioni iconiche di parole che dovrebbero permeare il lettore del libro di Brilliant a due livelli congiunti di comunicazione: come lettore del testo e, trasposto, come lettore dei monumenti proiettati all’interno dello spazio/tempo creato da quest’ultimo – tutto ciò per esorcizzare “la possibilità di chiusura definitiva” (p. 34), di isolamento eterno. Nei quattro capitoli successivi il rapporto immagine/linguaggio si sviluppa maggiormente anche grazie all’apporto di una non di rado fine ironia come quando si parla (p. 167) del costume di ‘scarnificare’ la persona morta in uso nell’antico Oriente. Questo verrà contrastato poi con l’ambito culturale ebraico, per giungere a un commento sulla persistenza o revival dello stesso costume nel presente, il quale – dice l’autore – risentirebbe della scarsità sia di avvoltoi che di persone morte aventi simili preferenze. Oppure quando, esattamente come conclusione del libro intero, viene riportato un passaggio dal Talmud di Gerusalemme (XI secolo) che inizia: “Lui che sa il tuo numero, Lui ti sveglierà e rimuoverà la polvere dai tuoi occhi”, riguardo al quale il suggerimento dell’autore è di impiegarlo alla nostra ‘entrata’ (forse, secondo una duplice accezione) in un cimitero a guisa di “speranzosa benedizione di auto-conforto”. 

Come era da aspettarsi, visto l’apparato iconografico richiesto dai temi dei capitoli, il susseguirsi di immagini comprende un buon numero di sarcofagi sui quali si può riconoscere, tra l’altro, il motivo della ‘porta’ chiusa o accostata, allusione alla possibilità o meno di un contatto tra mondo terreno e mondo degli spiriti. In rapporto a tale motivo, l’immagine forse più accattivante non deriva da un sarcofago ma dalla tomba di una giovane signora svizzera morta di parto nel 1751, Madame Langhans, disegnata da Johann August Nahl il Vecchio in una maniera che anticipa Rodin – noi la vediamo riprodotta in una convincente incisione del 1786 realizzata da Christian von Mechel. Tornando al testo, occorre notare che una parte del materiale visivo è solo descritto ma non illustrato, fatto che, in rapporto alle immagini presenti, potrebbe stimolare l’immaginazione del lettore a ricreazioni narrative – un espediente da apprezzare indipendentemente dalla possibilità che sia stato il frutto di necessità piuttosto che di libera scelta. Questo, d’altra parte, pone il problema di stabilire a chi dare il merito di ciò: alla casa editrice o all’autore? Ora vorrei segnalare pochi difetti che si possono invece attribuire con un buon margine di sicurezza all’una o all’altro. Alla casa editrice: refusi ed errori, come un riferimento incompleto in una nota alle Enneadi di Plotino; per quanto riguarda le immagini, un acquarello di Blake a p. 91 è salvato per i capelli con un rimando a p. 170, mentre un’opera di Rowlandson a p. 73 è abbandonata a se stessa. Per quanto concerne l’autore, ci sarebbe una sola tendenza da biasimare: la leggerezza interpretativa manifestata nella presentazione di Prometeo come “desideroso di morire perché aveva oltrepassato i limiti” (p. 155), sostenuta da due riferimenti poco pertinenti (a Orazio e Pausania) e ignorando Eschilo. Tuttavia, altri casi analoghi, come l’interpretazione dei collage di Max Ernst e dell’incisione di Dürer, sarebbero da considerare decisamente veniali. Non posso che accusare la distrazione degli editori italiani che non hanno ancora proposto seriamente Richard Brilliant al pubblico – in anni recenti hanno visto la luce altri libri, certamente non meno intelligenti dell’attuale, che vorrei elencare in ordine temporale: Gestures and Rank in Roman Art (1963); Portraiture (1991), Commentaries on Roman Art (1994), e My Laocoön: Alternative Claims in the Interpretation of Artworks (2000).

In conclusione, si potrebbe affermare che l’esperire la morte attraverso il testo e le immagini del libro di Richard Brilliant diventa un mezzo per aderire all’importante questione della memoria nel senso sia storico che socio-psicologico. Ed è questo il punto dove la meditazione vagamente esistenzialista di Brilliant, nonostante un isolato riferimento di circostanza a Heidegger, entrerebbe in contatto con la narratività di Derrida, più volte riportato nel testo a giusto titolo {Stefano Agosti, ispirandosi alla concezione della morte espressa da Derrida, ha curato un numero speciale de Il Verri (17, novembre 2001) intitolato “Thanato-grafie”}.