Home Arte vista da... Marco Paoli, Ilaria Maior.

Marco Paoli, Ilaria Maior.

di Loretta Vandi

380

Marco Paoli, Ilaria Maior. Storia e alterna fortuna del capolavoro di Jacopo della Quercia nella Cattedrale di San Martino di Lucca. Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore, 2016Marco Paoli, Ilaria Maior. Storia e alterna fortuna del capolavoro di Jacopo della Quercia nella Cattedrale di San Martino di Lucca. Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore, 2016

Ritornare su di un capolavoro non è impresa scontata, soprattutto quando tutto sembra essere stato detto. Ma proprio ciò che appare ovvio, in particolare nel campo dell’arte, in fondo nasconde sempre qualche dettaglio che dà ragione inaspettata di ciò che è sempre stato di fronte a noi ma che non avevamo mai notato. Dal dettaglio si passa poi all’opera completa e da qui al contesto e da quest’ultimo all’autore del testo che ha saputo guardare con i giusti strumenti e vedere molto al di là della superficie delle cose.
L’opera in questione è la scultura dedicata a Ilaria del Carretto, realizzata da Jacopo della Quercia su richiesta del signore di Lucca Paolo Guinigi, che voleva onorare la moglie defunta con un monumento funebre, oggi collocato all’interno di San Martino, cattedrale di Lucca. L’autore del testo è Marco Paoli, già dirigente del MIBACT, storico dell’arte, ex direttore della Biblioteca Statale di Lucca, uno scrittore molto prolifico che, dopo aver dedicato numerosi studi alle diverse collezioni possedute dalla istituzione lucchese, si è rivolto alla pittura e alla scultura del quindicesimo e sedicesimo secolo, alla storia della miniatura e dell’illustrazione del libro, nonché al mondo dei sogni, come nel suggestivo recente testo intitolato “Sogni celebri e bizzarri” (Franco Angeli, 2015). Alla figura di Ilaria Marco Paoli ha dedicato due monografie, la prima nel 1999 e la seconda nel 2016, entrambe pubblicate a Lucca da Maria Pacini Fazzi.

Il secondo testo, intitolato “Ilaria Maior”, si presenta subito come un’ampia indagine su di un contesto ricco di stimoli di diverso tipo, soprattutto culturali, all’interno dei quali emerge la figura di Ilaria come protagonista di tutte le situazioni. Si tratta di una storia socio-culturale organizzata non su di un’idea astratta di arte ma sull’immagine di una donna di cui è rimasta intatta la bellezza nonostante, ma forse anche e soprattutto, grazie alla morte.
Nel testo di Marco Paoli le immagini giocano un ruolo molto importante. Esse non illustrano il testo ma lo accompagnano senza soluzione di continuità in modo tale che si viene a creare un dialogo estremamente interessante tra ciò che il testo può dire visivamente e ciò che l’immagine può concretizzare verbalmente. Non a caso le immagini, grandi e dal taglio insolito, si susseguono indicando al lettore il percorso visivo che dovrebbe seguire, sostenute a loro volta da una serie continua di fiori a rilievo che si snoda lungo la parte bassa di tutte le pagine, una raffinata e scaltrita idea editoriale che fa uscire l’opera dalla sua funzione illustratrice per diventare, frammentata ma continua, una forma di decorazione.
Più storie si intrecciano: storia della critica, storia delle immagini, storia sociale e politica e storia personale, anche dell’autore, o almeno di quello che l’autore, pur inconsapevolmente, lascia trasparire di sé per rendere un’immagine di Ilaria a tutto tondo. Infatti esiste una differenza sostanziale tra il parlare di scultura e il parlare di pittura, una differenza non solo dovuta ai materiali ma anche e soprattutto al significato che ne emerge. Parlare di pittura porta ad essere elusivi, gli sforzi sono tutti rivolti a trasformare la bidimensionalità del supporto in qualcosa che possa suggerire la profondità, la tangibilità, la naturalezza. Con la scultura succede il contrario: la forma è là, davanti a noi, tangibile. Occorre perciò smaterializzarla, renderla più leggera, più vicina non solo alla nostra comprensione sensoriale ma anche a quella mentale ed emotiva. Il rapporto che Marco Paoli ha saputo intrattenere con questo particolare tipo di opera produce l’effetto di farci considerare la scultura come decisiva nel mettere in movimento la nostra immaginazione.

Ilaria, morta l’8 dicembre 1405, era diventata un simbolo e, come tale, non era legata alla contingenza. Ma il monumento a lei dedicato (probabilmente un cenotafio, un tempo collocato nel transetto sud del duomo lucchese) può essere definito attraverso un simbolismo che, per diventare tale, doveva passare attraverso il naturalismo. Così il viso potrebbe essere derivato da una maschera funebre, l’abito indossato assomiglia molto a una pellanda ma non è esattamente quello in voga ai primi del Quattrocento. Ci troviamo di fronte, secondo Marco Paoli, a un abito complicato, in cui Jacopo della Quercia accetta, vittoriosamente, la sfida della resa di un panneggio ricco senza cadere in soluzioni meccaniche. Proprio descrivendo accuratamente il panneggio, Marco Paoli scopre assonanze con quanto era stato prodotto nel cantiere di Champmol (Claus Sluter) oppure, fatto più probabile, Jacopo aveva avuto la possibilità di conoscere statuette d’avorio di artisti francesi che potevano essere arrivate a Lucca grazie ai commerci dei mercanti lucchesi con la Francia.
Sta di fatto che, nel leggere il testo, ciò che emerge con chiarezza e che dà preciso rilievo agli sforzi di Jacopo della Quercia, è che la scultura raffigurante Ilaria è un’opera di elegante sincretismo culturale, così vicina alle produzioni del nostro tempo. In una stessa forma il gotico internazionale classicheggiante si trova a coesistere con la scultura greco-romana. Ma, come rileva giustamente il Paoli, l’interesse per l’antico classicheggiante non proviene solo dal Nord: si trovava già a Firenze, alla fine del Trecento, nel cantiere della Porta della Mandorla. Per sottolineare il naturalismo, il Paoli prende anche in considerazione il cane, accucciato ai piedi di Ilaria, analizzato in tutti i dettagli con grande attenzione descrittiva: questo cane, dal temperamento vivace e inquieto, che sostituisce il tradizionale cuscino e che gli antichi ponevano in relazione con il mondo dei morti, diventa “artificiale” solo nella coda, resa da Jacopo come una spirale bloccata nello spazio.

Vorrei insistere ancora un po’ sul piccolo cane, perché ritengo che Marco Paoli sia riuscito, con una brillante intuizione, a caricare di profondo significato psicologico questo monumento, facendolo osservare con gli occhi di Paolo Guinigi, ma anche con gli occhi dell’autore stesso che esordisce, nell’introduzione, con un toccante ricordo personale. Il Paoli, dopo aver osservato che l’interpretazione cane-fedeltà, ripetuta senza variazioni a partire da Vasari fino ad oggi, non rende pienamente ragione del significato del soggetto, afferma che il piccolo animale aveva caratteristiche particolari: mostrava attaccamento morboso al padrone e soffriva di ansia per la separazione. Il cane, secondo il Paoli, sarebbe perciò il sostituto di Paolo Guinigi e ci parlerebbe del dolore del signore di Lucca per la perdita della giovane moglie Ilaria.  

Il libro di Marco Paoli, dedicato a Ilaria Maior, si legge con grande piacere, si guarda con grande trepidazione, si lascia commentare con facilità, ci convince che possiamo arrivare a comprendere come nascono i simboli e come questi durino nei secoli. Forse proprio perché il monumento di Ilaria è rimasto senza seguito a Lucca e fuori, ha permesso a questa giovane donna di rimanere unica nel tempo, di farci immaginare i suoi capelli (biondi?) raccolti con grazia, il suo viso dolce e delicato, le sue mani lunghe ed eleganti, appena appoggiate sul ventre, come segno della sua giovinezza. Soprattutto su questo monumento, gli sguardi femminili e maschili hanno trovato un punto di accordo tra storia personale e storia sociale, tra affetti nascosti e condivisione pubblica.

Loretta Vandi