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Educare al futuro: immagini e linguaggio critico

di Loretta Vandi

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Alice Cesarini, Altered Books, 2016
Alice Cesarini Altered Books 2016

In un intervento tenutosi a Roma nel 2016, l’ex ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Scientifica, Stefania Giannini, aveva preso in considerazione il patrimonio artistico, culturale, paesaggistico e ambientale italiano inserendolo all’interno dell’esigenza strategica di “alimentare la sensibilità” dei nostri studenti verso di esso. La visione diretta di questo patrimonio da parte dei giovani avrebbe dovuto far nascere e consolidare, secondo il ministro, una serie di competenze quali il senso di imprenditorialità e la “sensibilità storica”, sostenuti dall’ansia di voler fruire di un bene culturale. Tuttavia, prima di tutto questo, che sarebbe augurabile si configurasse e continuasse a svilupparsi, si dovrebbero fare i conti con le particolarità degli allievi di oggi, soprattutto con la loro familiarità con messaggi visivi confusi e il loro disamore verso la lettura continuativa e analitica di testi complessi.     Prima di prendere in considerazione il problema delle immagini, vorrei soffermarmi sul problema basilare del linguaggio. Esso non viene vissuto come una conquista giornaliera, un raffinamento che va cercato personalmente a confronto con il linguaggio di altri, in testi di critica ma anche di narrativa, non solo in italiano ma anche in altre lingue, senza l’ansia dell’uso immediato e neppure quella della velocità dell’apprendimento. Ritengo che il tema della scoperta personale e della costruzione progressiva sia fondamentale per dare un senso a un percorso educativo che non deve avere solo la finalità di ricevere valutazioni dall’esterno: solo quando lo studente comprenderà il valore della propria ricerca individuale, allora scatterà quell’ansia di condividerla con gli altri per far sì che i risultati, per quanto personali, possano essere un contributo critico e consapevole verso la società.
    Insisto sul problema del linguaggio perché è esso senz’altro fondamentale per “alimentare la sensibilità” di tutti i generi di saperi, come è stato ben compreso anche da un giovane amico dell’Università di Cambridge (UK), Mohan Ganesalingam che ha scritto un testo (The Language of Mathematics. A Linguistic and Philosophical Investigation, Springer, 2013) per trovare i termini più appropriati per la matematica complessa. Mohan è sempre stato uno studente modello (ed ora un ricercatore internazionalmente apprezzato) ma si è ben presto accorto che anche all’interno della matematica vi sono problemi di ambiguità per mancanza di precise definizioni. Se questo è vero per un campo in cui prevalgono le relazioni astratte (non toccate dalla psicologia, dalla sociologia, dall’antropologia, etc.), tanto più urgente il problema si pone per la storia, la filosofia, la storia dell’arte.
    Non mi sembra perciò né adeguato né incoraggiante sentire ancora proporre ai giovani di oggi, senza precise specificazioni, un modello come quello del Rinascimento italiano, che viene descritto come un periodo in cui vi era l’unione incontrastata di saperi scientifici e umanistici. Se anche così fosse stato (fatto di cui dubito seriamente), occorrerebbe spiegare attentamente agli studenti alcuni temi fondamentali. Prima di tutto bisognerebbe chiarire che cosa effettivamente fosse allora il sapere scientifico e che cosa quello umanistico, in che modo i giovani di allora venissero istruiti e qual fosse la loro consuetudine giornaliera con le immagini e il linguaggio. Ma non solo. Sarebbe fondamentale, visto che si parla sempre più insistentemente di ridare un volto all’Europa che non sia solo quello economico, di chiamare in causa anche altri studenti e studiosi di allora (dalla Francia, Germania, Inghilterra, Polonia, Austria, etc.) che si cimentavano con il latino e con il loro volgare per offrire un personale contributo alla costruzione di una cultura condivisibile in quanto formata da una serie di problemi a cui non poteva essere data una soluzione definitiva. Pur nella loro parzialità, quelle soluzioni costituivano dei passi avanti (lenti e faticosi) verso la comprensione della realtà (natura e uomo), espressa attraverso le immagini e il linguaggio. Le loro “competenze” venivano acquisite secondo un’organizzazione del tempo lenta e discontinua, richiedente pazienza e auto-incoraggiamento, a cui non sembra che gli studenti di oggi possano essere facilmente indirizzati.
    Ma quei “metodi” potrebbero essere attualizzati tenendo in considerazione soprattutto quei fattori che hanno cambiato, nel presente, le loro caratteristiche: prima di tutto il fattore tempo (rapidità), poi la nozione di spazio (globalizzazione) e infine la tecnologia. Proiettando tutto questo nel futuro (poiché la competenza in quanto abilità è qualcosa che non va tutta esaurita nel presente), andrà tenuta in considerazione la struttura della cultura contemporanea, con le sue multi-immagini (non solo quelle della televisione, dei cellulari, degli Ipad, ma anche quelle di mostre e musei) accettate senza alcun filtro critico. Quest’ultimo dovrà essere di nuovo fornito dal linguaggio, esercitando funzioni che l’immagine non può avere: ridurre parzialmente il ritmo accelerato di osservazione, permettere la focalizzazione all’interno di frammenti e sovrapposizioni, individuare i punti sia deboli che forti della cultura visiva. Tutto questo per dare una direzione parzialmente coerente alla successiva sequenza di immagini su cui esercitare, di nuovo, una critica diversa.