Home Arte vista da... Raffaella A. Caruso Daniele Papuli e l’Era della carta

Daniele Papuli e l’Era della carta

la personale site specific di Daniele Papuli tra monocromo e optical, tra concettuale e decor cercando il bello. Colossi Arte Contemporanea, Brescia, sino al 14 maggio

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Penso che ogni artista che si confronta con la materia, o meglio con un’unica materia, cerchi di dare forma alla propria ossessione per poterla combattere o ai propri sogni per vederli realizzati. Così chi incide la pietra forse cerca di occultare le umane e comuni fragilità, chi modella la creta forse ricorda il fango da cui è uscito l’uomo, chi getta colore su colore a coprire la tela non sopporta i silenzi esistenziali…e così ogni epoca ha la sua techne e le sue paure… Papuli scegliendo la carta, materiale di apparente inconsistenza, ha scelto una leggerezza e un decoro che arriva da lontano. Volute e forme sono classiche, le visioni sono archetipiche e il materiale è quello che ha permesso all’uomo la prima grande rivoluzione: la possibilità di fermare il pensiero, di rincorrere la sua mutevolezza consegnandolo al futuro. Veniamo ora all’estetica pura e apriamo una piccola ma importante parentesi. Troppo ormai si contrabbanda il nuovo per il non conosciuto, l’avanguardia per la provocazione, il concettuale per un sovraccarico di informazioni che l’opera in sé non ha e che le vengono fornite dall’esterno. E si dimentica il bello… Ora io non so quale sia stata la prima cosa “bella” ad attrarre il folto pubblico del vernissage, se prima il colore, se le modularità sorprendenti e tutte da toccare, se la forma ora introflessa ora estroflessa che un bambino di otto anni presente alla vernice ha chiamato il respiro della carta. Sono incredibili i bambini e percepiscono subito con il cuore. Ecco Papuli fa una scelta sicuramente di bellezza e di cuore, perché certo non è razionale pensare di costruire con la carta, eppure riesce con essa a serrare le fila di un ben più fragile umano sentire. Ed è così che ancora una volta l’astratto ci regala bellezza ed emozione. Non sono molti gli artisti che nella scultura contemporanea si sono cimentati con la carta (Arienti e più indietro Pavlos e Jiří Kolář…). Certo Papuli ha la peculiarità di non volere mai intervenire direttamente sulla materia prima, non la dipinge ma la sceglie per grammature e colore, facendola parlare spontaneamente, assecondando il discorso con lunghe cesure che sono il momento del taglio e dell’assemblaggio e arrivando ad ottenere insospettabili riflessi optical. Immagino che nel taglio pulito e preciso della carta Papuli compia un lento rituale di purificazione, ossessivo e compulsivo alla ricerca della cesura perfetta, quella che unisce anima e corpo, commovente come lo sguardo di un bambino o lacerante come lama di samurai. Poco importa però allo spettatore in quali meandri del pensiero si sia perso l’artista. Se egli cerchi il sole, il cielo o tronchi di albero cui legare paure, zavorrando le incertezze dell’uomo perché non ne seguano più il cammino. Interessa invece come il proprio occhio vada ad accarezzare le volute, si insinui nelle fessure, legga chiari apparenti e scuri sotterranei. E poi tocca stupito, e la fragilità aspettata della carta è ora fissa e dura. Destinata al per sempre. Sovvertendo le regole, quelle della fisica che fanno cadere i castelli di carta al primo soffio, ma non quelle del bello né dell’eterno.