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#digitale #archeologico: la pittura digitale di Bruno Di Bello tra archeologia e futuro

un progetto site specific di pittura digitale di Bruno Di Bello per il Mann- Museo Archeologico Nazionale di Napoli

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Archeo Uno

Nel libro I di Euclide 23 sono le definizioni della geometria euclidea e 23 sono stati i giorni a disposizione del pubblico (11 novembre-3 dicembre 2017) per visitare #digitale#archeologico, mostra-progetto site specific di Bruno di Bello per il MANN– Museo Archeologico Nazionale di Napoli, a cura di Maria Savarese e in collaborazione con Fondazione Marconi, Milano ed Eidos Immagini Contemporanee, Asti.

Artista raffinatissimo, Bruno di Bello (Torre del Greco, 1938) non ha mai smesso di sperimentare, dalla sua partecipazione al gruppo 58 che rappresentò sul finire degli anni 50 il trait d’union tra l’intellighenzia che sperimentava nuove modalità espressive al Sud con le linee avanguardiste milanesi. Da allora Di Bello ha percorso Mec art (di cui ha rappresentato la parte meno pop e più concettuale, con un’attenta riflessione su forma e significato dell’arte e dei suoi simboli) e sperimentazioni personalissime d’uso della tela fotosensibile, che attraverso i Segni e le Scritture di luce giungono all’atto performativo del ciclo di Apollo e Dafne, in cui l’artista affronta in maniera esplicita la contaminazione semantica tra riproduzione fotografica e pittura, individuando nella luce il medium per rivelare un’azione performativa condotta a distanza. Quel che però più ci interessa è l’affermazione dell’actio artistica come tentativo di trasformazione alchemica del reale, in cui Apollo (il Pittore deus ex machina) e Dafne (la modella) trasformata in alloro, sono vivente metafora. Siamo verso la metà degli anni 80 ed è probabilmente questo il periodo in cui Di Bello inizia a riflettere su un concetto fondamentale del contemporaneo: l’ibridazione. Ecco dunque che i principi euclidei citati nell’incipit di questo breve intervento non sono più sufficienti a spiegare l’apparente irregolarità e mutevolezza del reale. A questa riflessione Di Bello affianca lo studio e l’applicazione della matematica dei frattali, che ammette l’interrotto e l’irregolare e fissa gli algoritmi necessari per risolvere problemi posti dal caos. Attraverso una geometria che ama il paradosso e la contraddizione, strutture fondamentali del linguaggio dell’arte, e con l’aiuto delle possibilità grafiche e di calcolo offerte dall’avvento del computer, Di Bello si appassiona nello specifico ai frattali biomorfi, simili agli oggetti presenti in natura, dei quali rappresentano ora la genesi ora l’ideale prosecuzione, ora il perfetto parallelo da iperuranio.

Esaurite dunque le possibilità del mezzo fotomeccanico, Di Bello trova naturale indagare la riconducibilità del frastagliato reale a principi universali e approda alla pittura digitale di cui è nuovamente pioniere. È da questa storia lontana, dalla fascinazione per le “coincidenze matematiche” della Bellezza che nasce l’attuale ricerca dell’artista e il progetto di quest’esposizione. Con l’aiuto del campionario internazionale dei colori PANTONE, Di Bello ha mappato esattamente i colori usati negli affreschi pompeiani conservati al Museo, per comporre la palette con cui ha poi realizzato i tre grandi polittici – di 6 metri ciascuno – di pittura digitale esposti sulle tre pareti della Sala del Cielo Stellato.

Le tele, stampate a inkjet, sono dunque frutto dell’elaborazione di pattern matematici in cui Di Bello introduce alcuni segni reali generativi di nuove forme astratte.

In Archeo Uno è evidente il rapporto con l’architettura dello spazio espositivo, infatti le forme degli incavi della volta della sala si rintracciano nelle forme frattaliche dell’opera.

In Archeo Due dominante è la texture verde individuata in un vaso di vetro semi-fuso dal fuoco della lava che travolse Pompei, scoperto dall’artista durante una delle sue visite al Museo.

Infine, in Archeo Tre il colore di fondo è omaggio ai tanti toni di rosso pompeiano rilevati attraverso il riferimento PANTONE. Ancora una volta dunque Di Bello insieme alla freschezza di un lavoro monumentale che sprigiona un’energia assolutamente non di maniera né ripetitiva riesce a stupire anche per la vena coscientemente meditativa e la forza concettuale del suo lavoro.