Home Arte vista da... Botticelli. Venere e Marte. Parodia di un adulterio nella Firenze di Lorenzo...

Botticelli. Venere e Marte. Parodia di un adulterio nella Firenze di Lorenzo il Magnifico

di Loretta Vandi

95

recensione Loretta VANDI: Botticelli. Venere e Marte. Parodia di un adulterio nella Firenze di Lorenzo il MagnificoMarco Paoli, Botticelli. Venere e Marte. Parodia di un adulterio nella Firenze di Lorenzo il Magnifico, Pisa, Edizioni ETS, 2017, pp. 94, ill., € 10,00

L’interpretazione offerta da Marco Paoli dell’opera di Sandro Botticelli “Venere e Marte” (Londra, National Gallery, n. 915), datata ca. 1483-85, senz’altro stupirà i lettori, prima di tutto per la novità e poi per lo stile dell’autore. Tutte le letture di opere d’arte di Marco Paoli vanno al di là della semplice descrizione ma in questo caso l’autore ha superato se stesso: in diversi punti del testo l’ironia è davvero sottile e la franchezza con cui comportamenti sessuali sono chiamati in causa rivela quanto anche nell’interpretazione artistica ci sia spazio per una lettura capace di superare gli aspetti estetici ma non i punti fermi della storia.

Paoli fa tesoro dei giudizi espressi dal Vasari nei confronti non del quadro (di cui non vi è menzione nelle Vite) ma del carattere del Botticelli (“Dicesi che Sandro era persona molto piacevole e faceta”), cercandone la concreta risonanza nella trasposizione visiva. Altri documenti sono stati portati a corredare l’interpretazione tra cui un poema epico, De anima peregrina, particolarmente interessante, scritto da un seguace di Girolamo Savonarola, il fiorentino Tommaso Sardi, che descrive in modo poco lusinghiero un incontro tra Simonetta Vespucci e Alfonso, Duca di Calabria, in visita a Firenze e che andrebbe seriamente a minare l’immagine della sposa casta e idealizzata trasmessa dal mito letterario fino agli anni Trenta del Cinquecento.

Ma passiamo alla lettura del dipinto, che potrebbe essere intitolato “L’attesa” e che doveva funzionare come spalliera per la camera da letto di novelli sposi. Certamente sono da scartare, come afferma Marco Paoli, le due principali interpretazioni, la prima che vede nell’opera la raffigurazione dello sfortunato amore tra Simonetta Vespucci (associazione legittimata dalle vespe che sciamano dal tronco cavo di un albero sulla destra) e Giuliano de’ Medici e la seconda la superiorità dell’amore-Humanitas sulla violenza. Si tratta invece di una parodia, come giustamente sottolinea il Paoli, considerando i satirelli che tramano contro Marte-Giuliano, che coinvolge il mito classico (Venere, Marte, satirelli al posto di eroti) per parlare di eventi contemporanei, una parodia giustificata, a mio parere, dal sogno in cui tanti dettagli diventano estremamente importanti se letti in quest’ottica. Come l’autore sostiene, molto probabilmente la scena è ambientata in un paesaggio pre-primaverile (mancano fiori e frutti) ma solo all’interno dell’atmosfera onirica, aggiungerei, si può accettare senza riserve che l’uomo (Marte-Giuliano) dorma così tranquillamente nudo in un ambiente non certo accogliente dal punto di vista termico.

La figura di Marte-Giuliano, che Marco Paoli definisce come “amante impotente o perlomeno indolente” anche forse a causa di un atto di autoerotismo, sta per essere svegliato dal suono assordante della “buccina”. Svegliato ai suoi doveri sessuali? Se così fosse, anche Venere-Simonetta rientrerebbe nello stesso clima: l’abito e la capigliatura sono collegati da una spilla e la liberazione delle membra dalla bianca veste avverrà in concomitanza con lo scioglimento delle trecce. Un’invenzione davvero insolita capace di attualizzare il suo potenziale parodistico solo se si accettasse il significato erotico, cosa che Marco Paoli ci propone con validi argomenti.
Ma il ‘primo’ significato erotico collegato al dipinto del Botticelli era, secondo l’autore, di natura ‘seria’, avendo come riferimenti di base testi letterari quali Lucrezio, Reposiano, Poliziano e, forse, Lorenzo il Magnifico. Costituendo, tuttavia, il dipinto la prima rappresentazione autonoma dedicata a questo specifico soggetto dopo l’antichità, si possono attribuire a questa precocità le licenze che Botticelli si concede nel raffigurare la scena. Ma come ogni riuscita parodia deve permettere un certo livello di riconoscibilità dei parodiati, così Botticelli, secondo il Paoli, riesce a lavorare su diversi livelli – mito e attualità, serietà e giocosità – attraverso un elemento fondamentale (che normalmente non è considerato tale) che permette di collegare i livelli tra loro: si tratterebbe dei piccoli satiri e della loro funzione “polivalente” di rimandare al passato erotico serio e al presente erotico canzonatorio. L’interpretazione offerta dal Paoli esclude (senz’altro in modo convincente) ogni riferimento a temi neoplatonici o lucreziani, portando Agostino e la sua Città di Dio a sostegno di una lettura in chiave di recupero antico dei significati di Venere: non la vergine e neppure la prostituta ma la sposa che, tuttavia, le spose non dovrebbero imitare in quello che ella ha fatto con Marte. Il tema dell’adulterio sarebbe ricordato sia dal frutto (una cucurbitacea) tenuto in mano dal satirello che sbuca dalla corazza sulla destra, che dalle teste cornute degli stessi satirelli.

Ma chi avrebbe potuto commissionare un dipinto così particolare in cui, oltre all’erotismo, vi sarebbero anche allusioni (secondo il Paoli) all’autoerotismo, sia maschile che femminile? Se il tono parodistico è corretto, il dipinto, come suggerisce Marco Paoli, non può essere una satira generica del matrimonio e nemmeno un avvertimento, altrettanto generico, a non inoltrarsi sulle vie dell’adulterio. Molto più probabile che il dipinto della National Gallery rappresenti effettivamente Venere-Simonetta Cattaneo nei Vespucci, grazie alle prove addotte dal Paoli (dipinto di Piero di Cosimo, la scritta, il serpente). La lancia e l’elmo raffigurati nel dipinto alluderebbero alla Giostra vinta da Marte-Giuliano il 29 gennaio 1475 e il sogno di Giuliano, descritto nelle Stanze del Poliziano, avrebbe come immagine ‘illuminante’ la bionda ninfa Simonetta. L’opera indicherebbe, attraverso la parodia, il risentimento nutrito verso i Medici per le attenzioni rivolte da Giuliano alla sposa di Marco Vespucci. Il committente del dipinto sarebbe, secondo il Paoli, un appartenente alla casa Vespucci, Giorgio Antonio (1433-1514), famoso istitutore di latino e greco ed estimatore del Botticelli, che divenne in seguito domenicano. Egli avrebbe richiesto il dipinto come dono di nozze (non necessariamente in casa Vespucci) in cui il tono moraleggiante viene sostenuto dagli aspetti parodistici.

Con il suo originalissimo e audace piccolo libro, Marco Paoli (una ‘voce fuori dal coro’ come lo fu Botticelli con il suo ‘Venere e Marte’), passando attraverso fatti storici, note letterarie, tendenze psicologiche e sessuali dei personaggi raffigurati, ci offre un’interpretazione che getta luce su aspetti poco conosciuti (o forse, che non si sono voluti vedere) della cultura visiva e dei costumi dei fiorentini della seconda metà del XV secolo, andando a ‘ritoccare’, con accenti di più diretta e spassionata osservazione, quell’idea di ‘Rinascimento’ fatto solo di astrazione e perfezione che ancora resiste in molti quartieri delle nostre università.