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La Flagellazione di Piero: Marsilio Ficino o Bernardino Ubaldini?

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la tesi per cui il giovane biondo sarebbe Marsilio Ficino
la tesi per cui il giovane biondo sarebbe Marsilio Ficino

Urbino – (Articolo di Stefano Scoglio)

Che la Flagellazione di Piero della Francesca sia radicata nella cultura neoplatonica rinascimentale, è evidente. Ma per sostenere questa tesi non c’è bisogno di mettere di mezzo Marsilio Ficino ed una sua presunta iniziazione cerimoniale, come proposto di recente, addirittura con il supporto della Polizia Scientifica. Durante il Rinascimento, neo-platonismo e pitagorismo avevano tanti centri propulsori, tra cui in primo luogo Urbino. L’unica ipotesi realistica colloca il quadro  nell’altare della Cappella del Perdono, facente parte degli appartamenti di Ottaviano Ubaldini, il “co-duca” di Urbino. I propugnatori della tesi ficiniana, al contrario, pongono l’esecuzione del dipinto lontano da Urbino, a Firenze nel 1452, anche se  non si capisce perché un quadro che raffigurerebbe due toscani e un greco sia poi finito  nel Palazzo dei Montefeltro. Quel che è certo è che nel 1452 Piero era assai impegnato con i complessi affreschi del Duomo di Arezzo, e appare improbabile che abbia potuto eseguire allo stesso tempo un quadro ancora più complesso come la Flagellazione. Ancora, Ficino nel 1452 aveva 19 anni, ed  era un semplice studente sconosciuto:  perché mai Piero avrebbe dovuto dedicargli il quadro più complesso di tutta la sua carriera?
Questi problemi possono forse essere rimossi dalla forza suggestiva di un’indagine poliziesca basata su tecniche “scientifiche”. Ma la filosofia della scienza ci insegna che ciò che appare scientificamente “oggettivo” dipende in realtà dai presupposti d’indagine ”soggettivi” dell’investigatore, e questo vale anche per l’invecchiamento del giovane biondo raffigurato nel dipinto, tecnica con cui si sarebbe provato che egli è appunto il giovane Ficino. L’invecchiamento degli individui prende strade metaboliche diverse, e se ci sono coloro che col tempo si seccano, ci sono anche molti altri che invece si allargano e ingrassano, soprattutto se “flemmatici” (per usare un concetto della medicina umorale del Rinascimento). Chi può dire se il giovane biondo, ammesso che non sia morto giovane come ritengono i più, sia poi invecchiato lungo  la via dell’asciugamento, o se invece tale via sia stata inconsciamente scelta dagli investigatori perché l’unica che avrebbe portato ad un tipo di volto simile a quello raffigurato nell’effigie del Ficino anziano?

C’è inoltre quello che potremmo definire il collasso dell’archetipico nel tipico. I due elementi decisivi per stabilire la somiglianza tra il vecchio Ficino e il giovane biondo sono, quali tratti comuni,  gli occhi e la bocca curvati all’ingiù. Ma quelli sono i caratteri somatici arche-tipici dello stato malinconico, e la malinconia era sentimento talmente preponderante nella riflessione rinascimentale che lo steso Ficino scrive addirittura un libro, il De Vita, sulla prevenzione della “pituita” (nome “umorale” della malinconia). E’ dunque probabile che i due volti si somiglino su un piano simbolico più che in quanto individui in carne ed ossa; tanto che la stessa immagine usata dalla Scientifica, che è un effige in un libro, sembra più che altro una rappresentazione schematica a posteriori del noto interesse ficiniano per la malinconia. E infatti, il ritratto realistico del Ficino anziano contenuto in un quadro del Ghirlandaio in Santa Maria Novella, ci da un’immagine assai diversa da quella dell’effige.

ritratto realistico del Ficino anziano contenuto in un quadro del Ghirlandaio in Santa Maria Novella
ritratto realistico del Ficino anziano contenuto in un quadro del Ghirlandaio in Santa Maria Novella

Ancora più decisivo è l’affresco nella Chiesa di Sant’ambrogio a Firenze, nel quale è contenuto  quello che è universalmente considerato come il ritratto del Ficino giovane,  che risulta essere completamente diverso dal giovane biondo della Flagellazione.

Ciò non toglie che la lettura neo-platonica della Flagellazione resti l’unica davvero valida; e che tale lettura possa fondarsi sulla committenza di Ottaviano Ubaldini, che nel quadro è  il personaggio con l’abito ornato di cardi (della Carda è il nome nobiliare degli Ubaldini) e caratterizzato dai colori blu e oro di Urbino. Che Ottaviano fosse colui che più direttamente gestiva la città e la costruzione del Palazzo è cosa storicamente così evidente che non si capisce come non sia ancora stata presa in seria considerazione. E mentre ritengo anch’io che la figura a lato del giovane sia quella del Bessarione; penso sia  sbagliato identificare il giovane biondo con Oddantonio, magari per fare del quadro,  come recentemente proposto dall’Aromatico, una sorta di esorcismo del suo fantasma in modo da porre il sacrificio di Oddantonio a fondazione della nuova Urbino federiciana. Questa lettura rischia a mio avviso di prorogare la visione distorta di Ottaviano come mago “nero”, già evocata in rapporto alla sterilità di Guidubaldo; mentre egli era “mago” nel senso neoplatonico del termine, ovvero in quanto individuo così spiritualmente sviluppato da poter usare i mezzi esteriori (tra cui pittura e architettura) a sostegno della trasformazione interiore; ed è in tal senso che la Flagellazione, non a caso collocata nella cappella in cui Ottaviano si ritirava a meditare, va letta. Sarebbe ben strano che Ottaviano volesse meditare quotidianamente sull’uccisione di un giovane considerato campione d’immoralità al punto da essere stato rimosso dalla linea dinastica dei Montefeltro.  Appare invece logico che oggetto di tale meditazione fosse qualcuno intimamente legato ad Ottaviano, ovvero il figlio Bernardino, morto di peste nel 1458 assieme al cugino Buonconte, figlio di Federico. Si trattava di due giovani molto legati tra loro, e universalmente noti per la loro intelligenza e cultura. Di certo la morte di un figlio amato può diventare fulcro potente della meditazione spirituale sulla caducità delle cose e del potere umano. Il giovane biondo potrebbe anche riunire Bernardino e Buonconte in un’unica immagine archetipica, rappresentativa di quella condizione di morte del giovane “figlio di Dio”, che per la tradizione neoplatonica è metafora della condizione di ciascun essere umano, la cui essenza divina è crocifissa o flagellata nel mondo, ma che può risorgere alla sua natura assoluta (rappresentata nella scena di sinistra dall’Uomo Aureo e Solare in cima alla colonna) proprio attraverso il sacrificio del proprio limitato sé egoista e separato. Il sacrificio del figlio divino è il mito fondante, oltre che del Cristianesimo, anche delle religioni antiche, come l’egizia e la dionisiaca, che costituivano il lato rituale della tradizione platonico-pitagorica, ad esempio tramite i misteri orfici ed eleusini. Sulla base di questo tema assolutamente centrale per la cultura neoplatonica  rinascimentale, e che nel dipinto è assieme locale (attraverso il legame di Ottaviano e Bernardino) e universale, Piero sviluppa un lavoro stratificato in profondità su molteplici livelli storici, mitico-simbolici, metafisici, sino ad ora solo sfiorati.

Ficino è il primo dei tre a sinistra
Ficino è il primo dei tre a sinistra

Un’ultima cosa sulla datazione del dipinto. Con Federico vivo, Ottaviano non assunse mai ufficialmente il ruolo “regale” che in effetti esercitava, ed è improbabile che potesse essere  dipinto  in abiti di comando e rappresentanza della città in quel periodo. Ma nel 1482 Federico muore, e Guidubaldo ha solo 10 anni; per diversi anni dal 1482 in poi, Ottaviano fu anche formalmente il “re” di Urbino, e poteva legittimamente essere rappresentato in abiti ducali oro e blù. E’ un primo indizio per collocare la Flagellazione a dopo il 1482, datazione che è anche congrua con l’età di Ottaviano nel dipinto. Inoltre, tale datazione si accorda con l’estrema complessità matematica e prospettica della Flagellazione, per la quale è difficile che essa sia un’opera giovanile (nel 1452 Piero aveva 30-35 anni). Ed è  dopo il 1480 che Piero si concentra sugli aspetti più avanzati della matematica, componendo proprio a Urbino la sua opera matematica più importante, che egli dedica al giovanissimo Guidubaldo in quanto Duca di Urbino, e dunque indirettamente all’effettivo  “duca”,  il suo fratello filosofico Ottaviano Ubaldini.  (Articolo scritto da Stefano Scoglio)