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Quando l’arte si fa portavoce di un’epoca: incontro con l’artista Paolo Signore e la sua “Bataclan”, vincitrice del premio Nuove proposte al Concorso Jesus 3.0 di Adrenalina Art Project.

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P. Signore – Bataclan

“Non è mai troppo tardi per essere ciò che avresti potuto essere”: questa frase, pronunciata da George Eliot o meglio dalla scrittrice Mary Anne Evans , mi sembra quanto mai adatta ad introdurre un artista come Paolo Signore che, come molti, per gran parte della propria vita si è dedicato a tutt’altro, riprendendo finalmente in mano qualche anno fa la passione di un tempo.Nato a Roma, Paolo Signore in poco meno di un anno ha già esposto in diverse collettive, sia in Italia che all’estero ( Lucca, Roma, Milano, Miami, Berlino), riscuotendo grande consenso da parte del pubblico.

Abbiamo deciso di incontrarlo in occasione della premiazione della sua “Bataclan” al Premio Adrenalina Art Project 2017, avvenuta qualche settimana fa:

Paolo, innanzitutto complimenti per tale riconoscimento. Cosa significa per te vincere questo premio e quali pensi siano “i punti di forza” di “Bataclan”, al di là della tematica che certamente coinvolge? Innanzitutto si è trattato di una grande sorpresa. Da altre partecipazioni ho potuto constatare che spesso per vincere qualcosa non basta la bellezza dell’opera. E io sono un underdog nell’ambiente artistico. Finora, in altre occasioni, ero giunto sempre in posizioni egregie, ma non avevo mai vinto un premio. Bataclan quest’estate si era classificato terzo ad Artrooms 2017, grazie al voto popolare online. Quindi l’assegnazione del premio da parte di una giuria di critici ed esperti mi ha fatto particolarmente piacere. Penso che Bataclan abbia il pregio di prendere di petto una delle angosce del nostro tempo: quella per l’ignoto, per eventi che pensavamo di aver lasciato alle nostre spalle, come la violenza su persone inermi, la violenza cieca che può colpire chiunque. L’arte può svolgere un ruolo importante nell’interpretare l’ignoto, l’incompreso, lì dove la ragione non riesce ad arrivare. E oggi c’è tanto ignoto. Il pregio è quindi il prendere un’emozione e spararla sulla tela senza mediazioni, infingimenti. Un amico mi ha fatto notare che non c’è speranza nel quadro. Solo il terrore. Il che, diceva lui, non va bene: bisogna reagire. D’altra parte io credo che per reagire dobbiamo anche percepire fino in fondo il dolore, la paura, che tali fenomeni ci provocano. Senza giungere subito o per forza a conclusioni affrettate. Viviamo le emozioni del nostro tempo. Magari lo potremmo capire meglio. Per Bataclan io uso scherzando la definizione di opera “contemporaneista” proprio in questo senso. Prendere sul serio la crisi che viviamo, con appassionamento e curiosità. Senza dar nulla per scontato. Rimettendoci in gioco con energia e mettendo un po’ da parte la depressione nichilista diffusa che rischia di bloccarci. Se non facciamo così, rischiamo di non uscirne. L’arte potrebbe molto in questo senso.

 

 

Ricominciare a 50 anni un’attività come quella artistica, da sempre considerata poco importante ed estremamente complicata , senza dubbio non è stato facile. Com’è cambiata la tua vita da quando hai ripreso in mano i pennelli? Se potessi ritornare indietro lasceresti ancora la tua passione per seguire altri ideali? Innanzitutto l’arte mi ha dato nuovi occhi per vedere, una nuova sensibilità più adatta ai tempi che viviamo, in cui non tutto… anzi direi poco è scontato e acquisito una volta per sempre. Tutto va negoziato, ridefinito, valori, significati, obiettivi, culture. Siamo in ballo in un processo di grande mutamento e gli occhi dell’arte sono fondamentali per poterci stare in modo più congruo. Si vedono cose che altrimenti vedresti con difficoltà. Anche come essere umano, nei rapporti con gli altri, l’approccio artistico aiuta molto a non giudicare, a non scartare, a essere inclusivi e tolleranti. Almeno questa è stata la mia esperienza personale. In secondo luogo non mi annoio mai. Non ho più momenti morti. Ogni brandello di tempo lo dedico a creare. Il che è un’esperienza meravigliosa. E infine ho avuto il vantaggio di conoscere tante persone ricche e appassionate, che popolano un mondo dell’arte con luci e ombre, e che sono una grande ricchezza umana e in termini di creatività. Il contatto con gli estimatori della mia pagina lo considero arricchente come poche cose. Dà idee, consigli, spunti. Ci si sintonizza con le loro emozioni, il che produce fiotti di idee e creazioni nuove.  Per quanto riguarda il tornare indietro ovviamente non ci penso proprio. Anche perché ritengo di non aver cambiato granché ideali. L’impegno per la conoscenza del mondo lo perseguo quotidianamente col mio lavoro, nella organizzazione di ricerca sociale che ho l’onore di presiedere. E l’arte si combina perfettamente con ciò; è solo un modo diverso di praticare lo stesso obiettivo: la percezione della vita nel suo evolversi e il proprio posizionamento nel mondo.

Alla luce dei risultati ottenuti con “Bataclan” è evidente quanto sia ormai rilevante il gradimento delle tue opere da parte del pubblico. Basandoci solo sulla pagina facebook hai quasi 4000 sostenitori.  Il gradimento è fondamentale per un artista ma come vivi, invece, le critiche?  Male ovviamente. Sfido qualsiasi artista a gioire delle critiche. Soprattutto quelle che contestano la mia tecnica da autodidatta e non tengono in considerazione la caratura artistica dell’opera. Certo, devo imparare molto dal punto di vista tecnico. È un aspetto che aiuta l’equilibrio e l’armonia dell’opera e spesso ne costituisce buona parte della bellezza. Ho molto da fare in questo, però spesso vedo opere tecnicamente perfette che ispirano poco o niente, mentre l’arte dovrebbe essere il contrario: fonte continua di sorpresa ed emozione, anche se quella tibia è un po’ più corta di come dovrebbe. Magari bisognerebbe soffermarsi di più sul tasso artistico delle opere. D’altra parte però confesso che sono affamato di critiche, perché sono una delle fonti del continuo miglioramento: quelle più articolate le ho riportate sulla mia pagina d’arte proprio per stimolarne delle altre. Se ti fermi alle cose che fai, dopo poco le tue opere diventano tiepide e mediocri. E’ necessario essere sempre in evoluzione e le critiche spesso sono produttive di grandi spunti e ispirazioni nuove.

Dall’astratto in cui protagonista indiscusso è il colore,    alle opere in bianco e nero, fino a giungere a quelle come Bataclan in cui cerchi una commistione tra il figurativo e  le cromatiche accese tipiche dei tuoi astratti, la tua pittorica si mostra quanto mai varia.  C’è un genere nel quale ti senti più portato o che ti permette di esprimere meglio le tue sensazioni? Devo confessare che questo tema del genere non me lo pongo. La mia arte funziona così: io vedo cose, soprattutto nel mio mondo emozionale e le riporto su tela. Se è così, qualsiasi approccio tecnico o genere artistico va bene. L’importante è che renda quello che ho immaginato, quello che sento, ciò che voglio trasmettere. Mi rendo conto che ciò può non aiutarmi perché non sono automaticamente riconoscibile. A Milano c’è chi si è stupito che “Energia” e “Luce e ombra” fossero frutto dello stesso artista, ma penso che alla lunga ciò potrebbe quasi costituire un vantaggio. Siamo in un’epoca di mescolamenti. Nella scienza per esempio si parla sempre più di approcci inter o multidisciplinari, per poter comprendere certi fenomeni, perché le singole discipline rischiano di non bastare più. Limitarsi a un genere nell’arte potrebbe essere parimenti riduttivo.

P. Signore – Energia

Come già detto, in meno di un anno hai esposto in svariate città italiane e anche all’estero, segno che ti stai impegnando attivamente per promuovere la tua arte, ricevendo anche l’attenzione di molti galleristi e curatori. Quali altri progetti hai mente e qual è il sogno più grande che vorresti realizzare in questo settore? Tra sogni e progetti è una moltitudine. Innanzitutto vorrei esporre all’estero: a giugno New York, magari Parigi, poi forse fare una seconda personale, a Firenze o Milano. Inoltre, vorrei dedicarmi molto ad affinare la tecnica artistica: devo studiare e imparare tante cose di base, ma anche nuove tecniche. Mi piacerebbe dare alle mie opere un taglio ancora più materico, concreto, fisico, fornire profondità e spessore. I sogni sono tre. Il primo: quello di avere un atelier. Dipingere in un angolo del salotto di casa non è il massimo e soprattutto impedisce di fare tante cose che avrei in mente. In secondo luogo poter vendere con continuità, che è forse la cosa più difficile. Mi permetterebbe non solo di rientrare dei costi di base, ma soprattutto di chiudere il cerchio come artista. Un po’ come dice Audrey Hepburn a Peppard in Colazione da Tiffany: “Dimmi sei un vero scrittore tu?” “Dipende da quello che intendete per ‘vero” “Beh, tesoro, c’è qualcuno che compera quello che scrivi?”. 

Il terzo è quasi una farneticazione: partecipare a una rinascita di un ruolo forte dell’arte. Penso al primo 900 in cui fiorivano le avanguardie. Ci sarebbe bisogno di un grande spazio per l’arte, servirebbero luoghi dove incontrarsi tra artisti con continuità, ridare uno status e un ruolo agli artisti, dare spazio e responsabilità ai tanti bravi critici, galleristi, curatori, dai quali dipende molto delle possibilità di dare un profilo forte e creativo all’arte. Insomma investirci come attività sociale rilevante. Sì, più ne parlo, più mi rendo conto che è proprio un sogno. Un bel sogno.

E noi ti auguriamo vivamente di realizzarlo questo sogno. L’arte deve tornare ad essere espressione dell’anima, recuperando quell’impatto emozionale che le è proprio, andando al di là  di un’accuratezza tecnica che seppur importante rischia spesso di “congelare” le opere trasformandole in meri oggetti, visivamente “belli” ma non sempre capaci di interagire con il mondo circostante. 

Per maggiori info sull’artista, clicca qui: https://www.paolosignore.com/